Falsi miti sulla palla a spicchi. Basket e 5 luoghi comuni da sfatare
Sarà il prezzo pagato da una minor fama, sarà la timidezza italica di praticare uno sport in un campo così diverso dal classico rettangolo erboso, ma sulla pallacanestro negli anni si sono create leggende e voci che hanno del mitologico.
Sarà il prezzo pagato da una minor fama, sarà la timidezza italica di praticare uno sport in un campo così diverso dal classico rettangolo erboso, ma sulla pallacanestro negli anni si sono create leggende e voci che hanno del mitologico.
La verità è che, come in ogni realtà organizzata della vita umana, anche nel basket vige un senso comune, inteso come un insieme di regole e pensieri che permettono di condividere qualcosa in maniera responsabile. Questo in perfetto antagonismo con il luogo comune, ovvero una miriade di idee e congetture accettate per come sono, ciecamente, come subdola via fuga per ognuna delle difficoltà che è facile incontrare.
Ecco a voi, tra tutte, una selezione delle cinque fandonie più gettonate sulla palla a spicchi, prontamente smascherate per chi ancora a queste cose ci crede.
“I primi 35 minuti non si dovrebbero neanche giocare, tanto si decide tutto alla fine”
Un’eresia che si legge da sola: allora nel calcio lasciamo solo i minuti di recupero, nel tennis eliminiamo qualche set, nel rugby teniamo solo qualche calcio piazzato, o qualche meta fatta bene.
Il continuo alternarsi di emozioni (in 40 minuti si vedono tanti punti e diversi canestri) è forse l’aspetto più eccitante di una partita di pallacanestro, che si decide sulla continuità (il vantaggio deve essere mantenuto, oltre che conquistato) di realizzazione e non sempre su una realizzazione singola, come per altre discipline è di norma. E, per chi ancora ne avesse qualche dubbio, il pareggio non esiste.
"Il basket è uno sport veloce"
Una fandonia a metà: più che uno sport veloce, il basket è lo sport delle decisioni veloci. Le regole ti impongono una certa tempistica per arrivare a un tiro, ma hai delle frazioni di secondo per decidere cosa fare e come farlo.
Ed è qui che l’allenamento fa la differenza: è il bisogno di rapidità che impone di prendere la palla in un certo modo, tirare con un certo stile, ricevere sapendo già cosa fare.
Mens Sana in corpore sano, come si suol dire.
“Il basket è uno sport solo per persone alte”
La favola della volpe e l’uva purtroppo fa scuola anche sotto canestro: se è vero che i centimetri possono aiutare in fasi del gioco come rimbalzi o stoppate, è anche vero che una bassa statura può aiutare a sviluppare doti come velocità, rapidità di palleggio, tiro e visione del gioco.
Si sono visti pochi pivot bassi (a parte Mason Rocca), ma anche pochi playmaker alti (a parte Magic Johnson), quindi l’unica importanza che l’altezza può avere è quella di indirizzare un giocatore verso una certa posizione nel campo: il resto è solo questione di indole e tecnica personale.
E’ chiaro che un giovane di 2.20 potrà essere più appetibile rispetto ad un pari ruolo più basso, ma se questo non troverà armonia con il suo corpo e coordinazione nel suo gioco, il posto in panca è assicurato.
E di casi di questo tipo se ne sono visti anche nella massima serie italiana, oltre che in NBA, forse anche per colpe non del tutto individuali.
Dunque, cari cestisti in erba, osservate i video di grandi giocatori come Spud Webb, Bo McCalebb, Mason Rocca, Tyus Edney, Muggsy Bogues, sfruttate il vostro fisico per quello che vi concede e, se non riuscite ad essere dei buoni giocatori, continuate ad allenarvi duro. O trovate altre scuse!
“Il basket è uno sport da femminucce: non ci sono i contatti fisici”
La tipica considerazione finto-autorevole dello spettatore abituale del basket in tv, ma solo quando c’è da aspettare qualche minuto prima del tg della sera.
Questa frase è una fesseria, perché spesso sotto canestro girano botte da orbi: l’unica differenza con gli altri sport è che quando i contatti avvengono questi devono (anzi, dovrebbero) essere puniti.
Anche se lungi dai placcaggi del rugby, dalle scivolate del calcio e dai ganci della boxe, non si disdegna l’uso dei gomiti e del corpo, spesso cercando di non farsi vedere.
La situazione di tagliafuori ne è il miglior esempio: una serie di prese di posizioni al momento del tiro in cui le gambe, le braccia e il corpo lavorano per escludere l’avversario da una possibilità di rimbalzo.
Guardatevi i tagliafuori o i blocchi di Mason Rocca, il Marconato dei tempi d’oro, o le prese di posizione di Lavrinovic: tra le varie sportellate, vi accorgerete anche che lo spazio tra due canestri e più piccolo dello spazio tra due porte e, di conseguenza, non c’è posto per la teatralità.
Parola di ex giocatore!
luoghi comuni del basket