Shaquille O’Neal, The Big Man
A un anno di distanza dal ritiro, ripercorriamo la carriera e la vita di uno dei personaggi più dominanti che abbiano mai calcato un parquet NBA.
Shaq: prima del basket
Shaquille Rashaun O’Neal nasce a Newark, nel New Jersey, da mamma Lucille O’Neal. Il padre? Quello biologico, tale Joshep Toney, abbandonò la madre diciassettenne del futuro fenomeno quando scoprì la gravidanza. Quello adottivo, invece, diventò da subito una delle figure di riferimento per Shaquille. Philip Harrison, detto il Sergente a causa della carriera militare, è uno dei primi a spingere Shaq verso la pallacanestro. La prima era stata l’amatissima nonna, Odessa, che picchiava gli spacciatori che si avvicinavano al giovane O’Neal, minacciandoli e urlando loro di lasciare in pace un futuro giocatore di basket.
Shaquille non è un ragazzo molto tranquillo: a causa di continue prese in giro per via dell’altezza, si convince che, per farsi rispettare, non ha altro mezzo che picchiare gli altri ragazzini. Egli stesso ammetterà, anni dopo, che i continui traslochi (per via degli spostamenti da una base a un’altra del Sergente) l’hanno salvato da una possibile vita da spacciatore.
Dopo che ebbe quasi ucciso un ragazzo che gli aveva mancato di rispetto, Shaq si trasferisce in Germania con la famiglia. Intanto, negli ultimi mesi in America, ha cominciato a giocare sui playground insieme allo zio Mike e al patrigno Philip, che gli insegna i fondamentali.
In Germania accade ciò che gli cambia la vita: alla base dove lavora il Sergente arriva il coach di LSU, Dale Brown, che tiene un clinic. Parla con O’Neal, poi, scambiandolo per un soldato, gli chiede da quanti anni è in servizio. Alla risposta: ‹‹Signore, ho solo tredici anni!›› si ripromette di portarlo alla sua università.
High School e LSU: gli inizi
Al ritorno negli USA, Shaq frequenta la Cole High School, un piccolo liceo a San Antonio, Texas.O’Neal entra in squadra al terzo anno e si dimostra subito travolgente. La grande massa fisica, combinata a schiacciate di rara potenza, lo fa diventare il giocatore chiave della vittoria del campionato scolastico. In due anni di permanenza in Texas, la Cole High School subirà una sola sconfitta.
Dale Brown mantiene la sua promessa: Shaquille sceglie LSU, rifiutando tutte le altre università che lo avrebbero voluto, tra cui North Carolina.
Al primo anno in Lousiana, Shaq non è ancora la stella della squadra: al suo fianco trova Chris Jackson (che in seguito alla conversione all’Islam diventerà Mohamed Abdul-Rauf) e soprattutto Stanley Roberts, centro titolare con cui il nostro ebbe grandi contrasti, sfociati anche in risse, per farsi preferire come starter da coach Brown.
Al secondo anno le cose cambiano: partono Jackson e Roberts (per Denver e Madrid) e Shaq esplode: per le due stagioni successive, The Diesel tiene medie intorno ai 20 punti e 10 rimbalzi a sera, giustificando la prima scelta assoluta al Draft 1992
Prima destinazione: Orlando Magic
La sua posizione di “first pick” (non così scontata, dato che la maggioranza dei general manager NBA avrebbe chiamato per primo la stella di Duke Christian Laettner) gli crea subito grandi aspettative, che Shaq non delude: chiude la stagione a 23.4 punti e 13.8 rimbalzi a sera, intascando a mani basse il titolo di Rookie of the Year. I Magic migliorano di 20 vittorie il bilancio dell’anno precedente, mancando di poco i playoff, ma soprattutto O’Neal realizza una delle giocate più impressionanti mai viste in NBA: distrugge letteralmente un canestro, dopo una tremenda schiacciata contro i Nets.
I Magic vengono proiettati dalla loro stella nelle squadre che contano e, nel 1995, approdano per la prima volta alle Finals. La coppia Hardaway - O’Neal, però, non può fare nulla contro i Rockets di Olajuwon, che stracciano la franchigia della Florida per 4-0. I rapporti tra Shaq e Penny Hardaway, intanto, vanno via via deteriorandosi: entrambi chiedono il massimo contrattuale, e i Magic lo concedono alla guardia ex Memphis.
Shaq, allora, si rivolge altrove: lo vogliono i Lakers, e O’Neal, che da sempre sognava di giocare nella squadra di Magic Johnson, accetta l’offerta e si trasferisce a L.A
Gli anni d’oro a Los Angeles
Shaq approda ai Lakers nella stagione 1996/1997. È venuto per vincere, ma l’anello non arriva subito. Al nostro centro servono due elementi fondamentali per arrivare in alto: l’ascesa di Kobe Bryant (causa di vittorie ma anche di scontri) e l’arrivo di coach Phil Jackson, reduce da un decennio vincente a Chicago con un certo Michael Jordan. La stagione 1999/2000 è la migliore per The Diesel: la chiude a 29.7 punti, 13.7 rimbalzi e 3 stoppate di media, vincendo i titoli di MVP dell’All Star Game e soprattutto quello della stagione. I playoff, a Ovest, sono durissimi: dopo essersi sbarazzati a fatica dei Kings, travolgono i Suns ma poi devono giocare il miglior basket per superare Portland in sette gare. La finale invece è tutta un’altra storia: i Pacers vengono travolti dal tornado O’Neal, che si aggiudica il primo dei suoi tre titoli di MVP delle Finals.
Il feeling con Bryant è ai massimi storici, nonostante le prime spaccature del loro rapporto, e questo porta al secondo titolo consecutivo della franchigia angelena. I playoff sono una cavalcata verso il titolo. Fatte fuori Portland, Sacramento e San Antonio, i Lakers si trovano ad affrontare i Sixers dell’MVP Allen Iverson. Dopo la sconfitta in gara 1 (vinta praticamente dal solo Iverson, con la prestazione più memorabile della sua carriera), la franchigia della California massacra Philadelphia vincendo le quattro gare successive, e per Shaq arriva il secondo premio di MVP delle Finals. Il copione si ripete nella stagione 2001/2002: l’approdo alle Finals è però reso difficile dai soliti Kings. Dopo averla spuntata per 4-3, i Lakers chiudono la pratica Nets per 4-0. Per Shaq arriva l’ultimo titolo di MVP della serie finale.
A questo punto, però, si rompe il legame tra Kobe e Shaq e, in generale, tra The Diesel e i Lakers: il rapporto di odio tra le due stelle si riflette in campo, quando Los Angeles viene eliminata in finale di Conference dagli Spurs di Duncan. L’anno dopo si torna in finale, grazie all’aggiunta di veterani del calibro di Gary Payton e Karl Malone, ma soprattutto al miracolo di Fisher: tiro della vittoria in gara 5 della Finale di Conference contro gli Spurs, a 0.4 secondi dalla fine. Ad aspettare Shaq e soci ci sono i Detroit Pistons: sembra tutto facile, ma la squadra targata Jackson implode: Kobe prende tutti i tiri, a Shaq non arriva più la palla, i Lakers sono spenti e, dall’altra parte, Billups e compagni ne approfittano. Vincono i Pistons, e Shaq dice basta: vuole andarsene da L.A. La notizia arriva in Florida, dove Pat Riley ha bisogno di un centro dominante da affiancare a Wade. È il giocatore che serve agli Heat, e The Diesel non si tira indietro
Florida, atto secondo: Miami Heat
All’arrivo a Miami, Shaq dichiara ai tifosi che porterà un titolo a South Beach. Dopo una prima stagione difficile, le parole del centro acquistano valore nel 2006: Miami arriva in Finale, dove trova gli agguerriti Dallas Mavericks. I texani sono sopra 2-0 e Miami è con le spalle al muro: a pochi minuti dalla fine di gara 3, Wade porta gli Heat sul 2-1 e, successivamente, a vincere la serie per 4-2. Le medie di O’Neal sono scese (18.4 punti nei playoff), ma il suo contributo è servito a mantenere la sua promessa.
La stagione successiva non si rivela altrettanto vincente, anche a causa degli infortuni di Shaq. Nel 2008, a febbraio, viene scambiato a Phonix in cambio di Shawn Marion e Marcus Banks: il motivo è la completa rottura del suo rapporto con Riley, sfociato in una pazzesca litigata in cui il nostro venne quasi portato via dalla palestra, per paura che aggredisse l’allenatore.
Phoenix, Cleveland e Boston: la fine
Ai Suns, Shaq gioca due stagioni. In particolare, il 2009 è considerato il suo ultimo anno ad alto livello: gioca il suo ultimo All Star Game (15 convocazioni, la prima nel 1993) e vince, a pari merito con Kobe Bryant (con cui, dopo anni di odio, si riappacifica) il titolo di MVP della manifestazione. Il 27 febbraio è la data della sua ultima partita da protagonista: The Big Cactus (uno dei suoi infiniti soprannomi, quasi tutti coniati da se stesso) mette a referto 45 punti e 11 rimbalzi. Ma per la prima volta da quando era rookie, la sua squadra non arriva ai playoff.
Nell’estate del 2009, O’Neal si trasferisce ai Cavaliers, dichiarando di volere vincere un anello con The King, Lebron James. Questo non si realizza, perché, alla Finale della Eastern Conference, i Cavs vengono eliminati dai Celtics.
Proprio i Celtics, e in particolar modo Danny Ainge, vogliono Shaq per rinforzare la propria frontline. A Boston, O’Neal viene festeggiato ampiamente dai tifosi bianco verdi. La stagione, invece, sarà meno trionfale per The Big Shamrock (il grande trifoglio, come si fece chiamare nel New England), con appena 9.2 punti e 4.8 rimbalzi, cioè le sue medie ai minimi storici. Ormai costantemente tormentato da infortuni muscolari, gara 4 delle semifinali della Eastern Conference è l’ultima partita: gioca 3 minuti, poi esce zoppicando. Un mese dopo, via Twitter, annncia il suo ritiro.
Shaq è stato dominante, in tutti i sensi: personalità travolgente fuori dal campo, devastante sul parquet. Ci vorrebbero altre decine di pagine per raccontare quello che The Diesel ha fatto all’infuori delle partite: è stato rapper (5 dischi, tra cui uno di platino), attore, uomo di spettacolo e grande intrattenitore. È stato uno dei centri più dominanti in campo, ma, di sicuro, è stato il giocatore e l’uomo che più hanno dato più per la pallacanestro. Come testimoniano le parole di Larry Bird: ‹‹Nessuno ha mai fatto più di lui per il basket››.
shaq