Quattro chiacchiere con Matteo Boniciolli: un italiano in Kazakistan
Raggiungiamo coach Matteo Boniciolli: si parla a ruota libera di Italia, di Astana, delle ambizioni cestistiche in zone a noi poco conosciute
L’intervista è una cosa molto meno facile di quanto possa sembrare, specialmente quando il personaggio in questione lo conosci fin da quando eri bambino, e andavi a vedere le prime partite di basket della squadra di casa.
Matteo Boniciolli è questo personaggio: triestino di nascita, cittadino del mondo per adozione (diverse le sue esperienze all’estero e attualmente allenatore dell’Astana Tigers, Kazakistan), torna a Udine per un clinic organizzato durante le ultime finali nazionali Under 19.
Raggiunto telefonicamente, Matteo è una persona con cui parliamo piacevolmente di Nazionale, delle professionalità e ambizioni kazake, e di qualche giovane nome asiatico da scrivere sulle nostre agende: un uomo di basket che ama il suo mestiere, senza preoccuparsi troppo delle latitudini.
Matteo, partiamo dai luoghi comuni. Una delle più gettonate chiacchere da bar degli ultimi tempi recita:
“In Russia, Kazakistan e nella vicina Asia stanno sviluppando gli sport a suon di milioni”. Quanto è vera questa frase e da cosa lo si capisce?
Il Kazakistan in questo momento è un Paese che è il quinto produttore mondiale di Uranio e diamanti, e nei primi 10 per petrolio e gas. Uno stato grande come tutta l’Europa, autonomo da vent’anni, che oltre ad una attività politica di relazioni diplomatiche ha la strategicità di essere situato in mezzo a due grandi imperi come la Russia e la Cina. Un Paese che ha deciso di usare lo sport come programma di immagine (image project) per la sua recente autonomia.
Una società che con il ciclismo ha ingaggiato Contador e Lance Armstrong, può essere equiparata nel basket ad una che ingaggia Magic Johnson e Larry Bird. La squadra di Hockey su ghiaccio (che ha un budget di 45 milioni di dollari) è una squadra che sta stabilmente ai playoff della superlega russa, la squadra di pugilato ha fatto il campionato del mondo anche qui a Milano contro questi sponsorizzati Dolce e Gabbana.
Noi abbiamo cominciato l’anno scorso e siamo parte di questi gruppi che in un futuro diventeranno una polisportiva, sul modello di Real Madrid e Barcellona.
Quindi stesso nome, ma tutto autonomo?
Per adesso ogni nucleo è autonomo ma so che ci sono lavori in corso per dare una struttura ancora più professionale di quella che già abbiamo.
Parliamo invece del tuo arrivo ad Astana. Quali sono i più grandi compiti di un allenatore straniero?
In Kazakistan il basket non è uno sport che ha grande tradizione: il nostro compito, su cui ho cercato di sensibilizzare molto i giocatori, è che devono sentirsi ambasciatori di una disciplina in un paese enorme e convincere la Samruk (la finanziaria governativa che ci sostiene) dei buoni investimenti fatti attraverso i risultati.
La stagione è stata buona e abbiamo finito imbattuti in Kazakistan e, se io non fossi finito in ospedale per una polmonite, ci saremmo qualificati ai playoff per una partita.
Quali erano gli obbiettivi da raggiungere?
La verità è che siamo ambasciatori di pallacanestro in paese che ha una tradizione minima, e il nostro scopo è anche quello di produrre una pallacanestro interessante e godibile allo scopo di attirare quanti più tifosi possibile. Nelle partite di campionato la presenza sugli spalti era molto poca: anche perché uscire alle sette e mezza di sera con -40 gradi per vedere una partita di pallacanestro non è da tutti, a meno che non sia una particolarmente interessante.
Nelle partite di VTB in cui abbiamo giocato con Zalgiris, Khimki, Kazan c’erano 4.000 persone al palazzetto.
Ora stiamo lavorando per cercare di partecipare ad una coppa europea pur essendo parte della FIBA Asia e questo comporta una serie di pratiche burocratiche. Mi auguro che ci sia una possibilità di fare parte della Eurocup o Eurochallenge nell’anno venturo, o nel prossimo anno.
Immagino che a livello mediatico ci sia una copertura in via di sviluppo…
Si, in via di sviluppo ma anche da quel punto di vista abbiamo fatto risultati importanti: le nostre vittorie contro lo Zalgiris e il Khimki a Mosca hanno avuto un riscontro nazionale. Le partite di VTB venivano irradiate sul primo canale sportivo e la finale scudetto è stata data in diretta in televisione, quindi buoni risultati.
Ottimi risultati per un movimento che si sta sviluppando.
Andiamo un attimo su una domanda personale: se posso, quanto è difficile gestire una famiglia a cavallo tra due continenti?
E’ stato paradossalmente più complesso in Belgio, dove non avevo la stessa dimestichezza con la tecnologia. Al di là del fatto che adesso i miei bambini sono cresciuti, e ormai sono abituati al papà che o sta due mesi fissi a casa o non lo si vede per nove, devo dire che i programmi come Skype hanno insegnato a tutti molto.
Nel senso che ad esempio la domenica facevo i compiti di inglese con mio figlio più piccolo. Vedersi e potersi sentire senza l’assillo del costo della bolletta (in Belgio le telefonate erano “Come stai? Tutto bene? Ciao”), e incontrarci –con lo schermo- con mia moglie la sera per sapere come è andata la giornata può sembrare scontato, ma per chi vive lontano è importante. La tecnologia ci ha aiutato molto.
Poi qualche scappata di due giorni sono riuscito a farla: una volta da Tallin, avevamo due giorni liberi, sono andato a Trieste e poi ad Astana, e sono riuscito a venire un po’ di giorni per le vacanze di Natale.
Passiamo invece alla Nazionale: come vedi Pianigiani? Sistema italiano a parte, quanto può essere stata saggia la scelta –per la prima squadra Nazionale- di un allenatore vincente, ma di fatto mai uscito dalla sua città?
La nazionale, dopo un grande periodo con Recalcati, continuando sulla falsa riga del gruppo che aveva allenato Tanjevic (il gruppo forse più vincente della storia del nostro basket), ha chiuso un ciclo ed è arrivato l’allenatore che con Siena ha vinto di più in Italia.
Un allenatore che però si è scontrato con una realtà che non è quella di Siena: non ci sono i Lavrinovic, Moss, McCallebb. E’ cominciato un cammino, si fa fronte a questa rinuncia di due dei tre NBA (bisogna riconoscere che Recalcati i tre “americani” insieme non li ha mai avuti).
Bisogna vivere queste assenze come l’occasione definitiva per dare responsabilità e minuti a Polonara, Gentile, Melli e su questo si può dire che tra i meriti che può aver avuto Pianigiani nei successi di Siena, non c’è quello di aver lanciato un giovane.
Al contrario di quello che sta facendo Milano adesso che è arrivata alla finale scudetto dando minuti abbondanti a Melli, Gentile, Radosevic. Mi auguro che Pianigiani faccia quello che non ha mai fatto a Siena, dando spazio a giocatori che introdurranno energia, entusiasmo, vitalità.
Ecco appunto, i giovani: durante il tuo intervento al clinic di Udine, hai detto che gli italiani sono richiesti perché “allenatori di sistema”…
Ti correggo, è la scuola degli allenatori Italiani: sono i migliori allenatori di sistemi del mondo, NBA compresa.
Allo stesso tempo però, la scuola italiana è tra le peggiori in Europa per la produzione di giocatori di alto livello. Lo dicono i risultati.
Esatto, infatti anche a queste finali nazionali si sono viste squadre con i giocatori ben piazzati in campo, ma dagli errori imbarazzanti dal punto di vista dei fondamentali.
Ti chiedo 3 nomi di giovani giocatori del tuo campionato di cui con tutta probabilità ci ricorderemo negli anni a venire.
Con Astana abbiamo potuto operare su una base di reclutamento piuttosto esile, anche perché la decisione che abbiamo preso è quella di reclutare giocatori sotto i 24-25 anni. C’era qualche veterano di livello che non abbiamo voluto prendere perché in una prospettiva di medio-lungo termine non aveva senso.
Tieni presente che noi ad Astana abbiamo iniziato oggi un programma di due mesi post stagionale con il preparatore e i miei tre assistenti che lavoreranno sullo sviluppo fisico, tecnico, individuale dei giocatori kazaki più di due stranieri.
Secondo me in questo momento i tre giocatori che hanno fatto i più grandi miglioramenti e lavorando con la stessa intensità sono:
Pavel Ilin, una guarda di 1.92, atleta incredibile, buon tiratore e, secondo me, talento per poter giocare ad alto livello.
Un’ ala piccola di 2.02 che si chiama Dimitri Kimov che dal punto di vista fisico mi ricorda molto il giovane Dell’Agnello: atleta pazzesco come era Sandro, due braccia lunghissime come aveva Sandro e un temperamento da “livornese vero” pur essendo kazako: uno che non si tira mai indietro, con una attitudine e una tecnica lavorativa ammirevoli.
II giocatore forse in assoluto di miglior talento –che è stato anche chiamato qualche tempo fa all’Eurocamp a Treviso- si chiama Anton Ponomarev, ala forte di 2.09, tiratore da tre punti formidabile, già adesso di alto livello europeo.
Essendo sostanzialmente il miglior giocatore kazako fino a questo momento (tranne una brevissima esperienza all’FMP Belgrado) era sempre stato trattato come la “stella del paese” e si era un po’ rammollito.
Adesso ha ricevuto –con una parola dolce- “tre calci nel culo” e, sia con il nostro preparatore Alejandro Urrutia (dalla Stella Azzurra Roma, ndr) che con me, ha già giocato partite di VTB a livello assoluto (12 pti e 12 rimbalzi): lui in assoluto è l’unico che può pensare di giocare anche tra poco in Eurolega.
Si parla di lavoro in prospettiva, perché abbiamo anche il nostro capitano Rustam Yargaliev: un giocatore che si è costruito con una mole di lavoro e una passione da film. Ha una sua credibilità in VTB quest’anno ma ha già 25-26 anni quindi è difficile che riesca a fare un salto di qualità.
Il lavoro che stiamo facendo ora è quello di dare vita a una squadra satellite…
Tipo la D-League in NBA?
Sì. E –indipendentemente da quanto starò ad Astana, spero più a lungo possibile-, stiamo facendo uno screening di giocatori di 16-17-18 anni in tutto il paese che recluteremo e metteremo nelle mani di un mio assistente e gli faremo fare la serie A in modo da cominciare già a pensare alla seconda generazione.
Progetti davvero interessanti…
Ti dico, sotto questo punto di vista, con tutto il rispetto per le società che mi hanno dato lavoro (a cui sono molto riconoscente), un livello simile di professionismo sportivo non lo avevo mai visto
E pensare che noi siamo abituati a considerare quelle zone “lontane” nel senso più strettamente provinciale del termine…
posti lontanissimi, sono 7 ore di volo, ma ho capito cosa vuoi dire: giochiamo in un palazzetto da 12mila posti. In Italia ce ne sono pochi di questo livello. Un impianto come il nostro in Italia se lo sognano.
Chiudiamo con una domanda a bruciapelo: torneresti in Europa in questo momento?
La mia è stata una carriera in cui ho allenato in Italia, in Belgio, ora in Kazakistan. Mai in Spagna, non ho allenato in Grecia, non ho allenato in Turchia.
Sono uno che va dove lo chiamano a fare pallacanestro: non ti dico “no, non tornerei”.
Spero che continui quello che è successo fino adesso, anche perché finora chi mi ha chiamato non credo abbia avuto motivo per lamentarsi (ho sempre ottenuto i risultati chiesti e a volte anche qualcosa di più).
Continuerò ad andare dove mi sarà la possibilità di fare il miglior mestiere del mondo, che è l’allenatore di pallacanestro. Il “dove” è irrilevante: il problema non è la geografia, ma è la condizione di lavoro.
matteo boniciolli