Lebron e gli Heat coronano il sogno. Miami è campione Nba

Dominati i Thunder in gara 5, per James arriva un titolo tanto aspettato quanto meritato. OKC delude, soprattutto nei propri uomini chiave.

Lebron e gli Heat coronano il sogno. Miami è campione Nba
Lebron James e Kevin Durant
NBA

Cala il sipario su una stagione massacrante, inconsueta, forse irripetibile. Cala il sipario finalmente anche su una querelle che stava cominciando a stancare. Ci riferiamo alla capacità o meno, che aveva Lebron James di condurre una squadra fino in fondo, al titolo Nba.

La risposta ad un interrogativo che rischiava ormai di essere obsoleto, è arrivata in questa edizione dei Playoffs, nei quali il numero 6 di Miami, ha giocato al limite della perfezione, mettendo in mostra, fin dal primo turno contro i Knicks, tutto il proprio sconfinato repertorio, tecnico e fisico.

Quello che ha appena vinto Miami, è e sarà ricordato come il titolo di Lebron James.
Non ce ne voglia coach Spoelstra, bravo a portarli fin qui. Non ce ne voglia D-Wade, indispensabile come Bosh per raggiungere il tanto agognato anello.

Non ce ne vogliano i commuoventi (per diversi motivi) Miller e Battier, autori insieme a Chalmers (nelle ulime due partite) di una serie ben al di là delle più rosee aspettative.

Il campionato Nba 2012 porta indelebilmente la firma del prescelto. Raramente, forse mai nella storia del gioco, si è visto un giocatore in grado di fare al massimo livello così tante cose su un campo da basket.

Se si aggiunge che è stato in grado di giocare a livelli assoluti per tutta la durata della postseason iniziata per Miami e compagni il 28 Aprile, nessuno, neanche i numerosissimi e comprensibili detrattori, potranno appulcrare verbo sui meriti del natìo dell’Ohio.

Inutile adesso dare il là a discussioni su chi sia più forte tra lui ed i grandi della storia Nba. Quello che conta è il presente, sono i fatti, è la cronaca. Oggi Lebron ha semplicemente dimostrato di essere il miglior giocatore dell’anno, stavolta si, senza discussione alcuna.

Per OKC si chiude male, obiettivamente. Troppi sono infatti i punti interrogativi coi quali si congedano da una stagione comunque molto positiva.
Sotto la lente d’ingrandimento di media ed addetti ai lavori vi cadranno più o meno tutti.

Brooks, poco convincente in una serie che lo vedeva opposto ad un collega bravo ma non eccezionale. Westbrook, eccellente per atletismo, voglia e produzione, ma forse troppo egoista ed accentratore.

Durant, straordinario attaccante, talento sopraffino, ma un po’ soft e troppo poco difensore e passatore. Ibaka e Perkins, dimostratisi, ahiloro, 2 agnellini rispetto alla strapotenza fisica degli avversari. Harden, giocatore potenzialmente devastante nelle previsioni della serie, rivelatosi semplicemente ed inaspettatamente impotente a questo livello.

La partita

Su quanto sia successo in campo, c’è poco da dire.
Fin dalle battute iniziali, Miami ha imposto il proprio ritmo, la propria superiorità fisica e mentale contro degli avversari incapaci di reggere il confronto per larghi tratti di partita.

I big three di Miami iniziano con le marce altre, esponendo la squadra ospite a ripetute figuracce difensive. Pur equilibrata, la gara, fin dal primo quarto, è chiaramente in mano alla squadra di Spoelstra.

Non può certo mancare anche la storia delle storie, siamo in America o no?
Dalla panchina si alza un claudicante, per usare un eufemismo, Miller, che da tre non sbaglia mai, ne mette quattro nel primo tempo, permettendo a Miami di staccare gli avversari.
OKC, con un minimo del poco orgoglio rimastogli, reagisce sul finire della prima metà di gara, chiudendo il primo tempo sotto di 10 lunghezze, un affare per quanto si è visto.

Nella ripresa la squadra di Brooks va però a corrente alternata, quantomeno nella prima metà di terza frazione. Il gap tra le due squadre inizialmente si riduce, portando OKC a due possessi di distanza, illudendo il pubblico in visione, soprattutto non quello schierato con Wade e compagni, di poter assistere ad un finale degno di una gara decisiva.
Di illusione però si tratta.

I Thunder dimostrano tutti i propri limiti, offensivi ( e qui Brooks ha delle colpe), difensivi e caratteriali e progressivamente ma inesorabilmente cedono il passo Lebron e compagni, bravi a tenere il piede sull’acceleratore e chiudere partita, serie e stagione a poco meno di 3’ dalla fine del 3° quarto.

Il periodo finale serve solo come antipasto per i festeggiamenti finali. Le telecamere indugiano su un Lebron consapevole di aver coronato, e alla grande, il sogno di una vita.
Il cronometro arriva a zero, la gara è finita, gli Heat per la seconda volta nella loro breve storia sono campioni Nba.

Dolce sarà l’estate per un James che, c’è da giurarsi, farà incetta di commenti ed articoli glorificanti la sua magnificenza, anche da chi fino a poco tempo fa era pronto a distruggerlo, sportivamente parlando.

Il mondo d’altronde va così, giusto è oggi, domani e chissà per quanto tempo ancora, celebrare un giocatore capace di dare spettacolo in un momento di carriera per lui molto delicato, posto che le critiche degli anni precedenti derivavano soltanto da quanto si vedeva in campo.

Difficile pensare oggi cosa attenda Miami il prossimo anno.

Per OKC si apriranno invece interrogativi dai quali dovranno trarre motivazione ed ispirazione.
Facile prevedere che pioveranno critiche sulla capacità di Durant di reggere a certi livelli, almeno fino a quando, anche lui, come il numero 6, non sarà in grado di dimostrare a tutti di essere capace di giocare al meglio e vincere, quando conta, quando in palio c’è il titolo Nba, quello che poche ore fa, dopo tanti se e ma, ha preso meritatamente la strada della Florida, la strada di Miami.
 


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