Fatti e misfatti nella storia del draft Nba
A poche ore dal draft 2012, definito uno dei più ricchi di talento degli ultimi 10 anni, ci siamo chiesti quali siano state nella storia le scelte in grado di cambiare il volto di una franchigia, e quali invece quelle capaci di porre fine alla carriera di un GM. Eccovi alcune risposte, in chiave sem
Anni ’70: Big Man, Big Bust
A cavallo tra gli anni ’60 e 70’ il basket cominciava quel lento processo evolutivo che lo avrebbe portato all’exlpoit degli eighties. Probabilmente proprio a causa di questa evoluzione talvolta al momento di scegliere al draft le potenzialità di un giocatore non erano colte appieno, dando vita a madornali errori di valutazione che inevitabilmente influenzavano la storia di una franchigia, in positivo o, molto più spesso, in negativo.
Ne è un esempio il draft del ’72, in cui accadde quella che è ancora oggi considerata la più grossa “frittata” riguardante una prima scelta assoluta: quel giorno infatti i Portland Trail Blazers selezionarono il centro LaRue Martin, dopo averlo visto al college fronteggiare alla pari Bill Walton e la sua Ucla. Già, la storia ci insegna che prendendo un lungo si riduce il margine di errore, e spesso i centri sono stati preferiti a guardie/ali poi entrati nella Hall Of Fame; qui però la svista fu colossale, visto che dopo Martin furono scelti Bob McAdoo (2), Paul Westphal (10) e nientemeno che Julius Erving (12), due Hall Of Famers (di cui uno, Dr. J, tra i primi 50 di sempre) e un All-Nba.
Il povero LaRue produsse talmente poco all’inizio della sua carriera che pochi anni dopo i Blazers, ottenuta nuovamente la prima scelta, presero nel suo ruolo il rivale Walton e lo relegarono in panchina; così, dopo la miseria di 1400 punti nei suoi primi 4 anni – gli stessi segnati da McAdoo nel solo anno da rookie – Martin si ritirò prematuramente dal gioco nel 1976; il destino non cessò di essere beffardo con lui quando, esattamente un anno dopo, i Blazers, trascinati da Walton, vinsero il titolo a man basse.
Degne di nota nel corso del decennio, alcune storiche steals tra cui George “The Iceman” Gervin (scelto con la n. 40 nel 1974 dai Suns), Alex English, divenuto poi leggenda da 25 mila punti all’attivo coi Nuggets (scelto con la 23 nel ‘76 dai Bucks ), Cedric Maxwell, Mvp delle Finali ’81 coi Celtics (che l’avevano scelto con la n. 12 nel 1977, quando un’altra prima scelta disastrosa, Kent Benson, aveva sancito la fine del ciclo dei Milwaukee Bucks) e Maurice Cheeks (oggi il mago della difesa di Oklahoma City), scelto dai Sixers con la 36 nel ’78 e colonna della squadra di Philadelphia per 15 anni.
Anni ’80: The Mistake e lo strano caso degli Utah Jazz (ovvero come costruire una squadra leggendaria pescando basso per due anni di fila)
Lo so, non appena nomino i draft degli anni ’80 il primo pensiero di ogni lettore riguarda la “clamorosa” terza scelta assoluta con cui i Chicago Bulls presero il giocatore più forte di tutti i tempi. Ci sono però alcune cose da precisare a riguardo.
Intanto, una premessa: l’anno prima, draft 1983, i Portland Trail Blazers avevano trovato in Clyde Drexler, scelto alla n. 14, un possibile uomo-franchigia. Il draft era stato ricco di sorprese, come Doc Rivers (scelto da Atlanta alla 31) e Craig Ehlo, futuro re di Cleveland preso con la n. 48 dai Rockets, però Clyde “The Glide” aveva già mostrato qualità che lasciavano presagire una carriera da Hall Of Famer quale poi effettivamente si è rivelato. L’anno dopo i Blazers potevano contare addirittura sulla seconda scelta assoluta; la numero 1 apparteneva ai Rockets, che con unanime consenso prendevano Hakeem Olajuwon, centro dominante come pochi nella storia. A questo punto a Portland non restava che lanciarsi sul fenomeno di North Carolina (appena laureatosi campione Ncaa proprio grazie al suo The Shot); tuttavia Michael Jordan sarebbe stato un doppione proprio di Drexler, visto che nessuno dei due era considerato così inferiore all’altro da poter stare in panchina, e visto lo stile di gioco, ad alto tasso di spettacolarità, che li rendeva molto, troppo simili. La franchigia dell’Oregon virò così su un lungo, sicuramente più utile alla causa, e scelse Sam Bowie. Nonostante gli infortuni che lo perseguitarono, e nonostante comunque dieci anni “accettabili” di carriera (più di 10 punti e 7,5 rimbalzi di media), Bowie rimane per tutti The Mistake, etichetta inevitabile una volta che deludi le aspettative e sei stato scelto prima di Jordan… a mio parere, tuttavia, l’errore fu dettato da cause di forza maggiore (se non consideriamo che, nel draft più ricco di talento di sempre, vi erano anche Charles Barkley, scelto con la n. 5 e John Stockton, con la 16, sicuramente compatibili con The Glide).
Proprio con la scelta di Stockton viceversa, Utah cominciava il biennio di scelte che l’avrebbe resa, negli anni ’90, la più seria avversaria dei Bulls per il dominio della lega. L’anno dopo infatti, draft 1985, i Jazz “rubavano” Karl Malone con la scelta n. 13. Si creava così una coppia pressoché invincibile formata dal secondo marcatore Nba di tutti i tempi e dall’assistman più prolifico di sempre ad imbeccarlo. Stockton to Malone, il gioco del basket nella sua versione più pura.
Certo, anche il draft in cui “Il Postino” era stato scelto non aveva mancato di riservare sorprese: la scelta n. 3 aveva infatti inaugurato l’era maledetta dei Los Angeles Clippers che portavano a casa Benoit Benjamin (che pure avrebbe avuto una carriera di tutto rispetto, sebbene non da terza scelta assoluta) e lasciavano non solo il già citato Malone, ma anche Chris Mullin, Detlef Schrempf, permettendo alcune spettacolari steals come il futuro bicampione Nba e Mvp delle Finals a Detroit Joe Dumars (18), l’All-Star MIcheal Adams (66), e un mastino come Mario Elie (centosessantesima scelta!).
Così come, di sorprese, ne aveva riservate il draft successivo, quello di Len Bias scomparso per overdose appena due giorni dopo essere stato scelto alla n. 2; così povero di talento al primo giro (uno su tutti, Chris Washburn, terza assoluta da parte di Golden State, altra franchigia non proprio a suo agio in quel fatidico appuntamento annuale di inizio estate), quanto pieno di pezzi da 90 rubati al secondo: oltre a Mark Price, a Cleveland via Dallas con la 25, Dennis Rodman, a Detroit con la 27 e a Jeff Hornacek, ai Suns prima di esplodere ai Jazz, due europei (entrambi futuri Hall Of Famers) erano stati scelti dai Blazers, anche se non avrebbero debuttato nella lega in quell’anno; Arvydas Sabonis (24) – centro dalle mani fatate, la cui chiamata l’anno prima era stata annullata perché non ancora 21enne, costretto dall’Urss a rinunciare all’Nba salvo approdarvi quasi un decennio dopo lasciando il rimpianto di non averlo visto protagonista nei suoi anni migliori – e Drazen Petrovic (scelto dopo un altro europeo, l’italiano Binelli con la 40), preso addirittura (da far accapponare la pelle) con la n. 60.
Due tra i più forti di sempre nel loro ruolo, e avrebbero giocato insieme, da quell’anno, accanto a Drexler. Meglio non pensarci, si rischia un malore…
A completare il beffardo decennio, il disastroso draft del 1989, con 8 tra le prime 10 scelte rivelatesi autentici buchi nell’acqua (comprese le prime due, Pervis Ellison da parte di Sacramento, e Danny Ferry da parte, ancora, degli sciagurati Clippers – entrambi prima di un mostro sacro come Glenn Rice) e, per finire, Tim Hardaway e Shawn Kemp alla 14 (Warriors) e alla 17 (Sonics), entrambi All-Nba, nonché Vlade Divac, centro di classe immensa, in seguito pluri-All-Star, lasciato ai Lakers alla 26.
Anni ’90: gli uomini-franchigia arrivano dal basso
Il decennio in cui l’Nba diventa un fenomeno planetario si apre con un altro europeo sottovalutato, Toni Kukoc, strappato dai Bulls alla n. 29 e guadagnatosi così l’antipatia di Jordan e Pippen (che gliela faranno pagare alle olimpiadi del ’92 massacrando con il Dream Team la sua Jugoslavia, altra squadra di infinito talento) prima di diventare un fattore decisivo proprio nel team dell’Illinois e di affermarsi tra i migliori “sesti uomini” della storia del gioco; pescati molto in basso in quel draft anche due All-Star: Antonio Davis (Indiana, alla n. 45) e Cedric Ceballos (Phoenix, alla n. 48).
Due anni dopo fu la volta di Latrell Sprewell, scelto con la n. 24 da Golden State ed entrato nella lega con un impatto devastante, divenendo da subito una delle migliori guardie del decennio nonostante i limiti caratteriali che ne hanno costellato (e limitato) la carriera.
Altri due “furti”, ancora alla 24 Sam Cassell (dai Rockets, con cui sarà bicampione Nba prima di fare da riserva a Rajon Rondo e vincere l’ultimo titolo a Boston), addirittura alla 37 Nick Van Exel, predecessore di Kobe ai Lakers; altri due All-Star. Stiamo parlando, l’avrete capito, del draft ’93, famoso per la scelta del centro da BYU Shawn Bradley – tra i lunghi più “posterizzati” di sempre (anche da giocatori diversi cm più bassi di lui) – con la seconda assoluta da parte dei Philadelphia 76ers, colpevoli di averlo preferito a gente del calibro di Penny Hardaway, Jamal Mashburn e Allan Houston, oltre alle due guardia sopra citate.
Nel ’95 il capolavoro targato Golden State: i Warriors disponevano di 4 promettenti giocatori tra cui pescare la propria scelta, la prima assoluta del draft. Fatto sta che tra Kevin Garnett, Antonio McDyess, Rasheed Wallace e Jerry Stackhouse riuscirono a prendere… Joe Smith. L’ala grande da Maryland non riuscì a ripetere, neppure in parte, le prestazioni che lo avevano reso una stella a livello collegiale, e dopo aver cambiato maglia ben 15 volte in 16 anni di Nba, si è (finalmente) ritirato, lo scorso anno, dopo l’ultima stagione ai Lakers.
Due ottime steals arrivano anche in quell’occasione: Theo Ratliff, insuperabile stoppatore (con la 18, a Detroit) e Michael Finley (con la 21, ai Suns).
Giungiamo così al draft più talentuoso del decennio (e tra i migliori di sempre), quello del 1996. Dopo i big scelti nelle prime posizioni (tra gli altri, Allen Iverson, Ray Allen, Antoine Walker, Stephon Marbury) vi furono chiamate a dir poco deludenti (Lorenzen Wright, Todd Fuller – presi naturalmente da Clippers e Warriors, e da chi se no – e Potapenko, da parte dei Cavaliers) considerato anche che con la 13, la 14, la 15 e la 17 furono selezionati rispettivamente Kobe Bryant (Hornets, ceduto subito ai Lakers), Peja Stojakovic (Kings), Steve Nash (Suns) e Jermaine O’Neal (Blazers).
Hall Of Famers a grandinate, tiratori dall’arco come non se ne vedranno per decenni (Fisher e Ilgauskas compresi, scelti alla 24 dai Lakers il primo e alla 20 da Cleveland il secondo), sbagliare scelta in questo draft era impossibile; ma c’è chi è riuscito anche in questo...
Due anni dopo, un’altra prima scelta piuttosto “controversa”. Parliamo di Michael Olowokandi centro nigeriano, definito il nuovo Olajuwon prima del draft, ma caduto chiaramente in disgrazia dopo essere stato selezionato da (ancora loro) i Los Angeles Clippers. Proveniente da Bologna, ha chiuso i suoi 9 anni di Nba con 8 punti e 6 rimbalzi di media, bottino troppo magro per non essere ritenuto un bust, particolarmente rilevante se si pensa che dopo di lui c’erano Vince Carter, Dirk Nowitzki e Paul Pierce. Proprio i Mavericks, che avevano la scelta n. 6, pescarono un’altra meteora come Robert “Tractor” Taylor – soprannome che deriva da uno stato di forma mai realmente “smagliante”, dovuto alle sue poco sane abitudini alimentari – salvo poi redimersi scambiandolo col tedesco di Wurzburg, preso con la n. 9 dai Bucks. I motivi dello scambio accettato dalla franchigia del Wisconsin sono ancora oggi uno dei misteri dell’umanità, fatto sta che Taylor chiuse la (breve) carriera con 4,8 punti – e 6,5 cheesburger – a partita.
A concludere la lista delle scelte “discutibili” del decennio, la chiamata da parte dei Toronto Raptors di tale Jonathan Bender con la scelta n. 5, prima di Rip Hamilton, Shawn Marion, Ron Artest e molto prima della vostra numero 57 preferita, quell’argentino di Bahia Blanca 3 volte campione Nba conosciuto semplicemente come “Manu”.
Anni 2000: Mike, perché?
Il miglior giocatore di tutti i tempi, dicevamo. Il peggior General Manager del sistema solare e forse anche della Via Lattea, dicono alcuni. Sono la stessa persona, la quale risponde al nome di Michael Jordan. Il draft 2001 è profondissimo, ma lui vuole regalare ai suoi Wizards un’ultima chicca prima del terzo comeback, l’anno dopo. Così, prima di Tyson Chandler, Joe Johnson, Pau Gasol, lui chiama Kwame Brown. “Non te ne pentirai”, gli dice il ragazzo poco prima del draft. L’intero mondo dello sport si è pentito di aver permesso a Jordan di sedersi sulla poltrona da GM. Qualche anno dopo, ai Lakers, Brown dimostrerà di essere un discreto giocatore, capace di discrete cifre; per essere la prima chiamata di Michael Jordan però ci vuole altro, e così probabilmente anche la fortissima pressione dei giornalisti e dei tifosi, convinti dell’arrivo di un messia – uniti al carattere affatto facile di Kwame – hanno svolto un ruolo importante nel fallimento completo di quella chiamata.
Per farsi perdonare, Jordan ritorna a giocare a 39 anni suonati.
Ad eguagliare i Wizards in quello stesso draft ci pensano i Celtics, che alla 11 chiamano un altro Brown, Kedrick: discreto panchinaro, se si cerca di dimenticare che dopo di lui vennero scelti Zach Randolph (con la 19, dai Blazers), Gerald Wallace (con la 25, dai Kings), Tony Parker (28, Spurs), Gilbert Arenas (30, Warriors) e Mehmet Okur (37). Serve che vi parli della loro carriera nella lega?
L’anno dopo sono i Nuggets a cadere in errore, riponendo le loro speranze in Nikoloz Tskitishvili, ala forte dalla Georgia da 2,9 punti e 1,8 rimbalzi a fine avventura, sacrificandone così altre 3, di ali forti, ma di caratura leggermente diversa: Amar’e Stoudemire (preso con la 9 da Phoenix), Carlos Boozer (strappato alla 35 da Cleveland) e Luis Scola (il solito furto di matrice Spurs, 56esima scelta) oltre a Caron Butler, scelto alla 10 dai Miami Heat.
E venne un altro storico draft, quello del 2003, quando i Detroit Pistons presero Darko Milicic con la seconda scelta assoluta rinunciando a Carmelo Anthony, Dwyane Wade, Chris Bosh e Chris Kaman. Non solo furono evitati attentamente almeno un paio di futuri Hall Of Famers, ma i GM della franchigia del Michigan scansarono abilmente anche giocatori semi-sconosciuti scelti molto bassi ma divenuti presto All-Star, del calibro di David West (18), Josh Howard (29) e Mo Williams (47), pescati rispettivamente da Hornets, Mavericks e Jazz.
Tornato titolare lo scorso anno ai Minnesota Timberwolves, Darko è riuscito in men che non si dica a farsi scavalcare da Pekovic trasformando il rivale per un posto in quintetto (nemico anche di confine, visto che il primo è serbo e il secondo montenegrino) in un serio candidato al premio di Most Improved Player. Eroico.
Ancora una volta un centro. Questa volta brasiliano. Il malcapitato nel 2004 si chiama Rafael Araujo, gli autori del misfatto sono di nuovo i Raptors (occhio, che entrate nell’elite raggiungendo Clippers e Warriors). Migliori attori non protagonisti (non a Toronto, quantomeno) Andre Iguodala, Al Jefferson, Josh Smith, Tony Allen. Ce n’è per tutti i ruoli, così come l’anno dopo, quando Golden State prova a redimersi prendendo Monta Ellis, attualmente senza dubbio tra le guardie più forti della lega, con la scelta n. 40, mentre Phoenix alla 57 si assicura un centro dalle mani “europee” come Marcin Gortat, che però dovrà aspettare qualche anno a Orlando prima della definitiva consacrazione, di nuovo in maglia Suns; prima di loro un altro futuro abitante della baia viene scelto alla 30, da New York: David Lee, ottima ala grande con punti e rimbalzi nelle mani.
Gli ultimi fuochi d’artificio provengono ancora da Micheal Jordan; arrivato a fare danni nella franchigia più sciagurata del millennio, gli Charlotte Bobcats, dopo aver sbagliato umanamente con Kwame Brown persevera diabolicamente prendendo Adam Morrison, fiasco totale, nel 2006 con la n. 3 (Brandon Roy è la 6, Rudy Gay la 8, Rajon Rondo si trasforma in una rapina ad opera d’arte di Danny Ainge che fa in modo di ottenerlo dopo che i Suns lo avevano preso alla 21; una gran power forward come Paul Millsap è invece l’altra steal di questo draft, scelto alla 47 dagli Utah Jazz).
Mike, ma perché?
Facile commentare a posteriori…
Abbiamo omesso altre possibili steals (Marc Gasol con la 48 nel 2007, ad esempio) e busts (Greg Oden, stesso draft)poiché sappiamo benissimo che prima di tracciare un bilancio e stabilire se una scelta sia stata azzeccata o meno bisogna attendere la fase cruciale della carriera del giocatore in questione.
Questo elenco non vuole essere una mancanza di rispetto a nessuno, anche perché scegliere un player piuttosto che un altro non è mai un agevole, in particolare quando una carriera collegiale promette bene e non c’è motivo di temere l’impatto negativo con la lega; commentare, invece, quando i giochi sono ormai fatti è facile per chiunque.
Abbiamo cercato gli errori e le intuizioni vincenti più clamorose della storia anche per darvi un’altra chiave di lettura quando questa notte assisterete alle chiamate di David Stern: i fenomeni che cambiano il volto di una franchigia spesso non sono quelli che ci si aspetta il giorno del draft, in ogni caso gli errori dei GM, considerati anche gli studi meticolosi alla base di quelle scelte, sono imprevedibili per chiunque; d’altronde l’unico modo che abbiamo per sapere se una scelta sia stata indovinata o meno è, e sarà sempre, assistere al corso degli eventi.
Enjoy!
(si ringrazia Stefanino per la collaborazione)
draft