Sacramento Kings: The Greatest Show On Court
Nasce la nuova rubrica "NBA Greatest Moments". Ogni settimana ci occuperemo di un campione, una squadra, un episodio appartenente alla storia della lega a stelle e strisce, per ricordarne le imprese, criticarne gli errori o semplicemente per sorridere ricordando qualcosa che è nascosto nella nostra memoria e che altri ricordi avevano ormai seppellito
Vi siete mai chiesti quale sia stato il primo momento in cui vi siete interessati ad una qualsiasi cosa riguardante la palla a spicchi? Ma si dai, quand’è stata la prima volta che sentire il fruscio della retina o vedere uomini volanti appendersi ad un anello ha sortito in voi qualche effetto?
Il mito dei Kings nell'era post-ritiro di MJ
Beh, per tutti quelli che come me sono nati negli 80’s la risposta più ovvia è una sola, portava il 23 sulle spalle ed ha fatto emozionare diverse generazioni in altrettanto diverse parti del globo. Inutile negarvi che al ritiro di Air Jordan, nel ’98, l’interesse per la lega più spettacolare al mondo andava scemando, complice anche il lockout (corsi e ricorsi storici) che ci sottrasse due terzi della stagione successiva.
Si faceva però largo, ritagliandosi una fetta di spazio sempre maggiore nella Western Conference, una squadra di talentuosi ragazzi assemblati pezzo per pezzo sul finire degli anni ‘90, squadra che esprimeva un gioco tra i migliori dell’intera lega, e viveva il suo momento migliore dai tempi in cui Oscar Robertson, Jerry Lucas e poi Tiny Archibald portavano in alto la maglia che a quei tempi era dei Cincinnati Royals: si trattava dei sorprendenti Sacramento Kings (ad oggi in crisi di risultati e affidata ad un gruppo giovane capitanato dal talentuoso Tyreke e dal brutale DeMarcus).
I Sacramento Kings dalle fondamenta
Il team, allenato da un maestro rude – tanto da essere definito “Hitler” da Phil Jackson in un video mostrato ai suoi Lakers per motivarli: la storica rivalità di cui tra poco parleremo nacque anche da questi episodi – come Rick Adelman (già, proprio quello che ora si trova tra le mani un diamante grezzo come Ricky Rubio in quel di Minneapolis), costruì il suo nucleo vincente acquistando giocatori con potenziale ma provenienti tutti da stagioni non esaltanti, e probabilmente fu questa voglia di riscatto presente in ognuno dei protagonisti a favorire la leggendaria alchimia immortalata dalla storica copertina di Sports Illustrated che nel febbraio 2001 titolava “The Greatest Show On Court”, il più grande spettacolo mai visto su un campo… roba da niente insomma.
L'arrivo di Peja
Tante storie diverse, tante rivincite diverse, una fluidità di palla e una spaziatura viste poche volte nella storia di questo sport; tutto nasce nel 1996 quando i Kings selezionano con la scelta n. 14 al draft un giovane serbo di nome Peja, lasciandolo a farsi le ossa in Grecia per altri due anni prima di richiamarlo e farlo esplodere come uno dei migliori tiratori dall’arco di sempre (il quarto per triple messe a segno, fino a qualche giorno fa, quando Mr. Chauncey Billups lo ha superato, dietro solo a Ray Allen, Reggie Miller e J-Kidd).
Una curiosità: Stojakovic fu scelto subito dopo Kobe Bryant e subito prima di Steve Nash, in un draft florido di “arcieri” in cui figuravano, oltre ai predetti, anche Allen Iverson (col n.1), Marbury, lo stesso Ray Allen, Antoine Walker e Derek Fisher… una generazione piuttosto talentuosa.
L'arrivo di C-Webb
Insieme a Peja, nel ’98 arriva anche un’ala grande dal talento fino ad allora inespresso (a parte l’anno da Rookie of the Year coi Warriors), che diventerà la stella della squadra, il leader sul campo e fuori, oltre che il punto di riferimento dei compagni, e che risponde al nome di Chris Webber.
L’omone con la faccia da bambino – e un passato tra i mitici Fab Five che fecero impazzire l’NCAA (ma questa è un’altra storia) – pur cavandosela in modo eccellente in post basso, ha però bisogno di un centro che faccia sentire la sua presenza e gli crei spazio sotto canestro: ecco che nel 1999 viene ingaggiato un gran 5, per giunta con mani decisamente educate e un tocco sopraffino, come Vlade Divac.
L'arrivo di zio Vlade
Il serbo – finito in patria dopo essere stato il centro dei Lakers post-showtime (con l’arduo compito di sostituire Jabbar) e scaricato senza troppi complimenti all’arrivo di Shaq – dopo due stagioni al di sotto della media a Charlotte è considerato dai più ormai “bollito” e il suo ingaggio è in gran parte dovuto alla volontà di fargli fare da chioccia al giovane connazionale Stojakovic.
Quello che pochi sanno è che l’impatto di “Marlboro Man” nella città di Sacramento, all’estremo Nord della California, sarà devastante e lo erigerà a colonna portante di questa squadra oltre che per la sua prestanza fisica nel pitturato anche per la sua grande visione di gioco e intelligenza cestistica che lo rendono un vero e proprio uomo-assist: dai suoi post, come da quelli di Webber, partono infatti gli scarichi per i cecchini dall’arco, nell’attuazione perfetta dello schema Princeton Offense, inventato da Pete Carrill e narrato alla perfezione da Federico Buffa nel suo “Black Jesus”.
Cecchini veri e propri, si, perché oltre a Peja i Kings hanno due ottimi play come Jason Williams e Bobby Jackson e aggiungono in quintetto un esperta guardia dal buon tiro e dalla grande difesa come Doug Christie, pescando poi al draft del 2000 anche Hedo Turkoglu, che diventerà il sesto uomo ed avrà un ruolo determinante nelle cavalcate ai playoff del team. Tutti si muovono costantemente sul campo, tutti sanno fare più o meno bene ogni tipo di movimento e prendere ogni tipo di tiro, senza gerarchie, senza campioni che adombrano il resto della squadra, e tutti eseguono gli ordini di Adelman alla perfezione e ruotano attorno al fulcro del gioco, il pivot, ruolo che Big Vlade interpreta in maniera eccellente.
I ragazzi corrono, eccome se corrono; infiammano la Western Conference con il loro basket spumeggiante, e raggiungono i playoff con record ampiamente positivi sia nel ’99 che nel 2000, perdendo però entrambe le volte al primo turno, sempre a testa alta: 3-2 contro i Jazz dei grandi ma perdenti Stockton e Malone, in fase calante, e ancora 3-2 contro i Lakers in quella che è la prima sfida in una post season di Divac alla squadra che anni prima lo aveva indegnamente messo da parte.
Beat L.A
E’ l’inizio di una tra le rivalità più accese e sentite di questo gioco, rivalità fatta di partite punto a punto, di contrasti ai limiti del regolamento, di gioco duro, di divise dei rivali incendiate dai tifosi, soprattutto all’ARCO Arena, il tempio in cui i Kings sono spinti costantemente dal loro “sesto uomo”, il pubblico (in onore del quale hanno anche ritirato la maglia numero 6) che a Sacramento scatena una vera e propria Kings-mania e che erige i giocatori a divinità cittadine.
Per Divac è una battaglia nella battaglia anche fuori dal campo con il suo diretto avversario sul campo ed eterno rivale Shaquille O’Neal, arrivato nel fiore della sua carriera ed a tratti inarrestabile sotto canestro; Vlade lo accusa (e non ha tutti i torti) di compiere sempre fallo in attacco, Shaq per tutta risposta lo addita come il re dei cascatori.
La scena si ripete l’anno dopo, playoff 2001, con i Kings che dopo aver ottenuto il secondo miglior record della lega passano il primo turno per la prima volta dopo 20 anni schiacciando nettamente i Suns di Kidd e Penny Hardaway e incontrano al secondo turno proprio i Lakers campioni in carica; il centro di Newark, alla sua stagione migliore, è straripante fisicamente e, nonostante gli sforzi del serbo, porta ancora i Lakers in finale di conference (e poi al titolo battendo i Sixers di Iverson) ma questa volta con un secco 4-0.
Il “cappotto” e i conseguenti sfottò infiammano ulteriormente l’animo dei Kings, che in estate compiono il passo decisivo per arrivare tra le grandi: scambiano Jason Williams con il giovane play Mike Bibby (ora ai Knicks) e a marzo 2002 arrivano ai playoff, dopo una stagione incredibile, con il miglior record della lega, sbarazzandosi prima dei Jazz (3-1) poi dei Mavericks (4-1).
Il destino vuole che ad attenderli in finale di conference ci siano proprio gli odiati lacustri, ma i ragazzi di Adelman, consapevoli di esprimere il miglior gioco della lega, dopo aver perso in casa gara 1 pareggiano con una strepitosa gara 2 e vanno a vincere a Los Angeles gara 3.
La “famosa” gara 4 allo Staples inizia come le ultime 2, con i Kings che dominano e raggiungono un vantaggio considerevole prima di metà gara; la rimonta dei Lakers ha origine da una tripla di Samaki Walker allo scadere del secondo quarto (che i replay rivelano partita abbondantemente fuori tempo massimo) e culmina con il tiro sbagliato da Kobe a 2 secondi dalla fine, e con la palla spazzata fuori dall’arco da Divac proprio nelle mani di Robert Horry che realizza la tripla della vittoria ed evita il 3-1 che avrebbe significato la fine delle speranze losangeline.
Le polemiche infiammano, Shaq deride pubblicamente Divac con una canzoncina sul pullman che fa il giro del mondo (QUI IL VIDEO), Divac parla del tiro di Horry come pura fortuna, non dovuto a nessuna particolare abilità dell’ala. Sul 2-2 targato “Big Shot Rob” si torna a Sacramento, con l’ennesima prova di forza dei Kings che spinti dal pubblico, da un immenso Chris Webber e dal jump shot messo a segno a 8” dalla fine da Bibby si riportano in vantaggio.
Pochi sanno però che il destino (e non solo) non favorirà i Kings nelle ultime due partite, e a poco serve parlare della scandalosa gara 6 persa di 4: 27 liberi per i Lakers nel 4° quarto contro 9 per i Kings, una miriade di falli decisivi non fischiati a favore di Divac e Webber, Pollard costretto a lasciare la partita dopo 2 falli in un minuto – mentre il replay dimostra che in entrambi i casi si era trattato di una grande difesa – una gomitata di Bryant a Bibby trasformata in fallo subìto da Kobe quando i Kings erano a -1 a 12” dalla fine, il miracoloso 13 su 17 ai liberi di Shaq che calpesta e puntualmente e va oltre la linea di tiro.
E dell’altrettanto storica gara 7 persa in casa dai Kings all’overtime con il “palo” di Stojakovic sulla tripla decisiva, della festa dei Lakers al loro terzo anello consecutivo raggiunto per la terza volta battendo gli odiati Kings e in una facile finale i New Jersey Nets, delle denunce di 6 anni dopo fatte dall’arbitro Tim Donaghy su alcune partite manipolate dagli arbitri su richiesta dei piani alti della lega in cui figurava, tra le altre proprio gara 6 di quella serie, e che ha dato origine al documentario “The greatest tragedy in sports”, anch’esso reperibile in rete…no, non serve, perché finiremmo per non parlare più di basket ma di tutto quanto gli sta attorno, mentre a noi piace ricordare quanto quei ragazzi ci fecero sognare riuscendo a coniugare grandi risultati e un gioco tra i più puri che si ricordi.
Il declino
Dopo quella bruciante sconfitta il sogno pian piano svanisce, complici gli infortuni di Webber e le sconfitte contro Mavs e Wolves nei 2 anni successivi ai playoff (la prima in gara 7, dopo aver dominato anche quella regular season) e la squadra a poco a poco si smembra. A noi resta l’entusiasmo di quando li guardavamo giocare in tv e opporsi allo strapotere giallo-viola di quegli anni, gli unici in grado di farlo, gli unici a meritare quel titolo che una sorte ingenerosa strappò loro a pochi metri (secondi) dal traguardo.
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