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Magic Johnson "Always showtime": l’avvincente storia del campione malato

La storia di Magic Johnson: dagli albori della gioventù cestistica, al Lakers showtime e la rivalità con Bird, fino ad arrivare alla scoperta della malattia che lo ha costretto al ritiro

Magic Johnson "Always showtime": l’avvincente storia del campione malato
La statua di Magic Johnson all'esterno dello Staples Center © http://www.flickr.com/photos/kamikura/192323473

Magic Johnson: it's shooowtime!

La storia che raccontiamo oggi è molto nota ai cestofili. E’ quella del giocatore fonte di ispirazione di tutti i playmaker di questo mondo (a suo tempo, me compreso). E’ una storia di basket, magia e HIV quella di Earvin Effay Johnson, meglio conosciuto come “Magic”.

Gli albori

Magic nasce a Lansing (Michigan), il 14 Agosto del 1959, figlio di una bidella e di un operaio della General Motors in una famiglia di altri otto tra fratelli e sorelle. Allo USA Weekend racconterà che, da giovanissimo, passava le giornate ad allenarsi in campetto fin dalle 7.30 di mattina e che, anche per camminare nel quartiere, palleggiava e si esercitava sui cambi di mano.
I vicini lo guardavano divertiti e cercavano di capire come un simile ragazzo possa essere così agile per la sua corporatura. La risposta è facile da trovare, ma un po’ meno facile da mettere in pratica: si tratta di allenamento, sudore, tenacia e passione.

Nasce il mito di "Magic"

Il soprannome “Magic” arriva a scuola, alla Everett High School, quando un giornalista sportivo osserva la performance da 36 punti, 16 rimbalzi e 16 assist di quel quindicenne. Un nomignolo parecchio indigesto alla madre cristiana praticante, che lo ritiene addirittura blasfemo. Eppure la Everett High School vince il titolo di stato con un bilancio record di 27-1.
Al momento di approdare in NCAA, Magic non si sposta troppo da casa, giocando nelle file di Michigan State dove  guida gli Spartans ad un bilancio record di 25-5 e alla vittoria storica nella Big Ten conference. Nel 1979, da Sophomore, porta gli Michigan State al titolo nazionale contro l’Indiana State di un certo signor Larry Bird, contro il quale nasce una rivalità ai massimi livelli.

Il giocatore

Magic è un agile playmaker atipico di 2.06 (il più alto giocatore della lega per il suo ruolo). Una specie di Mohamed Ali del basket: molto fiero di sé, anche lui si muove come una farfalla e punge come un ape sfornando assist (specialmente dietro la schiena) e giocando per lo spettacolo .Un giocatore che trova soddisfazione nella vittoria stando in campo, vincendo e facendo sorridere gli spettatori. Ama la pallacanestro e dichiara che vuole fare in modo che la gente, quando va al lavoro il giorno dopo la partita, “racconti al collega che razza di show di Magic” ha avuto luogo.
Le sue prestazioni a tuttotondo fecero coniare ai giornalisti il termine di “doppia doppia” quando in due voci statistiche si ha un valore in doppia cifra. Commentando il suo ritiro, James Worthy darà ai microfoni un’immagine perfetta di quello che fu Johnson: “non credo ci sarà mai un altro play di 2.06 che ti sorride mentre ti sta umiliando”.

La NBA

Al draft NBA del 1979, si aprono per Magic le porte del grande basket: grazie ad un accordo tra Lakers e Jazz,  Johnson viene selezionato come prima scelta nella compagine gialloviola con un contratto di 600mila dollari l’anno. Una stagione di cambiamenti per i Lacustri, con il nuovo presidente (Jerry Buss), un nuovo allenatore (Jack McKinney) e diversi  rinnovamenti  in campo, Johnson compreso. Fin dalla prima partita (l’apertura contro i San Diego Clippers), fa nascere fin da subito quello spirito di “always showtime” che lui ha predicato per anni: realizza punti e, dopo il tiro vincente di Kareem Abdul-Jabbar distribuisce cinque alla squadra e abbraccia i compagni.
Il suo mito invece, trova consacrazione ufficiale nel momento decisivo: la stella Abdul-Jabbar si infortuna gravemente ad una caviglia e manca una potenza sotto canestro per la partita decisiva della Finale. I Lakers vedono allontanarsi il titolo NBA ancora prima di scendere in campo.
Neanche a dirlo, è in questa occasione che Johnson sfrutta i suoi 2.06 di altezza per  diventare magicamente un centro. Suo padre lo manda a quel paese quando lui, la sera prima della partita lo chiama e gli dice “Pà, domani torno ai tempi del college”.
Alimentato forse da ogni diffidenza, Magic riuscirà a farne 42, con 15 rimbalzi e 7 assists in ruolo che non è il suo, trascinando la squadra al titolo finale per 3-2.

Pur avendo l’anello nelle mani, il rookie dell’anno è il rivale Larry Bird, ma Magic è il secondo giocatore della storia NBA ad accedere da matricola nella effimera galassia dell’All Star Game.
In altri dieci anni Magic riuscirà a portare a casa altri 4 titoli NBA (1982, 1985, 1987, 1988), sarà tre volte miglior giocatore della stagione (1986-1987, 1988-1989, 1989-1990), altre due volte mvp delle finali (1982, 1987) e due volte miglior giocatore dell’All Star Game (1990 e1992).
Nel mondo dello sport funziona così: ottenuti i successi, i media chiamano: Johnson diventa una star mondiale e volto di numerose pubblicità (Converse, 7up..), ospite di diversi Talk Shows (ad esempio David Letterman) e testimonial di parecchie attività di beneficenza (Special Olympics). Su queste ultime attività, a cui è particolarmente legato, dichiara “Voglio che la gente mi senta, che possa scoprire questo lato di me”: non c’è dubbio che una vita povera assieme a otto fratelli e sorelle deve avere trasmesso qualcosa.

La leggendaria rivalità con Bird

Una rivalità leale la loro, iniziata da quella famosa finale NCAA del 1979 e che in Italia troverebbe un simile confronto tra Coppi e Bartali: quando ci si incontra o c’è da parlare dell’altro c’è rispetto, ma in campo sono mazzate. Questo testa a testa, andato in scena negli anni in cui la NBA stava acquistando sempre più popolarità, aggiunge un pizzico di sano astio sportivo sui grattacieli delle città in gioco: si sa che gli americani si fanno prendere, e Boston e Los Angeles non si vedono di buon occhio per anni, almeno sportivamente.
“Legend” e Magic sono due giocatori dal talento molto simile (entrambi amano passare e coinvolgere la squadra), ma dai ruoli diversi (uno playmaker e l’altro ala) e che quindi non si marcano troppo frequentemente. A volte capita che Magic vuole cambiare marcatura per prendere Bird, che quando se ne accorge per demoralizzarlo dice “Hey ragazzi, ne ho uno piccolo”.
Si spartiscono i titoli per anni (più o meno quando non vince uno, vince l’altro) ma assieme conquistano l’oro Olimpico di Barcelona 1992 all’interno dello storico Dream Team composto da certi signori come Michael Jordan, Charles Barkley, John Stockton, Karl Malone, Patrick Ewing e David Robinson.

L’AIDS e i continui ritiri

Fino a qui tutto bene, ma non è ancora finita per Magic. Lo smacco arriverà prima della stagione 1991-1992: in un test di routine (ripetuto tre volte), Magic risulterà positivo all’HIV e annuncia di conseguenza il suo ritiro. Gioca comunque l’All-Star Game di quella stagione, guidando l’ovest ad un grande successo (sarà mvp della partita) e parte per le olimpiadi di Barcelona con il Dream Team del 1992. Nel frattempo scrive un libro divulgativo sul sesso sicuro, lavorerà come telecronista per la NBC  e penserà a comprare una squadra NBA, senza mai farlo fino in fondo.
Nella stagione 1993-1994 gioca altre 16 partite in maglia gialloviola, ma sarà costretto ad annunciare un nuovo ritiro non tanto per le sofferenze legate alla sua malattia, quanto per il timore che avevano gli avversari nell’affrontarlo: erano tempi in cui non c’era troppa informazione riguardo l’AIDS e gli avversari erano timorati del fatto che anche solo un piccolo infortunio, graffio, taglio avrebbe potuto causare qualcosa di molto compromettente. A lui si deve una delle rare regole “ad personam” del basket mondiale, ovvero l’obbligo di lasciare il campo immediatamente per un giocatore che perde sangue.
Dopo questa esperienza diventa allenatore dei Lakers per 11 partite succedendo a Randy Fund, ma dopo un bilancio di 6-5 lascia, e inizia ad investire su una serie di azioni in borsa della squadra.
Dopo quattro stagioni e mezzo di stop torna a giocare (con qualche chilo di troppo) nella stagione 1995-1996, con 32 partite prevalentemente nel ruolo di ala e ritirandosi dopo l’eliminazione dai playoffs al primo turno. Seguono una parentesi scandinava di 8 partite in tutto, più che altro a fini promozionali.

Concludo dicendo...

Un uomo dalla storia particolare e controversa questo Magic, stimabile per aver sempre fatto nella sua vita quello che ha veramente voluto (giocatore, testimonial, azionista, imprenditore, allenatore). E’ da apprezzare il suo appoggio costante ad iniziative benefiche e il suo attuale impegno per la ricerca sull’AIDS grazie alla Magic Johnson Foundation.
Concludo con una dichiarazione di Magic, da stampare e appendere in tutti gli spogliatoi di tutte le palestre: “Non chiedere cosa i tuoi compagni possano fare per te. Chiedi piuttosto cosa tu possa fare per i tuoi compagni”.

 


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