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Isiah Thomas ed i Bad Boys di Auburn Hills

Eccoci tornati con la nuova rubrica "NBA Greatest Moments". Negli anni 80 si fa largo tra le grandi della lega una squadra che, in contro-tendenza con quello che si era visto fino ad allora, fa della difesa e del gioco duro i suoi punti forti: si tratta dei Detroit Pistons capitanati da Isiah Thomas, conosciuti ed entrati nella leggenda con il soprannome di Bad Boys

Isiah Thomas ed i Bad Boys di Auburn Hills
Il Palace of Auburn Hills © http://www.flickr.com/photos/kw111786/1299471157

Bad Boys, Bad Boys, whatcha gonna do?

A volte le storie di basket nascono in luoghi mistici. Luoghi che sembrano ritagliati alla perfezione per i protagonisti, per le squadre che in quegli stessi luoghi fanno parlare di sé, e che, in quei posti, nascono, crescono, esplodono, e da cui vengono inevitabilmente e fatalmente influenzate.

Succede così che a Boston, patria degli irlandesi d’America, dell’uomo bianco e storicamente intrisa di odio razziale prendano piede i Celtics (il nome non è casuale), e che in quella squadra si susseguano per parecchi anni campioni dal colorito chiaro, da John Havlicek e Bob Cousy (prima) a Larry Bird, Kevin McHale, Danny Ainge (poi) – anche se i due migliori centri della sua storia, Bill Russell e Robert Parish, sono afroamericani; succede anche che a Los Angeles, dove la cultura afro inizia a radicarsi e a riservare interi quartieri ai suoi affari, lo “showtime” abbia per protagoniste stelle afroamericane – Magic Johnson, James Worthy, Kareem Abdul Jabbar; e succede che a Detroit, città industriale, città della working-class e della delinquenza, nasca negli anni ’80 la squadra “operaia” più cattiva di sempre.

1981: è nata una stella

Partiamo dal principio: Detroit, estate 1981. La locale squadra di pallacanestro dei Pistons è rimasta, da quando ha preso parte alla lega più importante del mondo, pressoché inosservata. A dire la verità è riuscita in parte a farsi notare, ottenendo il gratificante record di 37 vinte e 128 perse negli ultimi 2 anni, e un record del genere porta come unica consolazione una scelta alta nel draft, la seconda per la precisione, che viene utilizzata per prendere Isiah Thomas, un giovanissimo play appena uscito vincente con Indiana dal torneo NCAA e premiato come Most Outstanding Player. Alto poco più di 1 m e 80, “Zeke” si fa notare da subito portando i Pistons a 39 vittorie in stagione regolare, e ottenendo il raro (per un rookie) riconoscimento della convocazione nella partita tra Est e Ovest all’All Star Game.

L’arrivo di Bill e i primi playoff

L’anno dopo si “arruolano” nei Pistons anche Vinnie Jonhson e, soprattutto, Bill Laimbeer, un centro bianco che fa sentire la sua fisicità nel pitturato ma è capace anche di far male dalla distanza, e non risparmia a nessuno provocazioni di ogni tipo e una bella dose di legnate, doti che presto lo rendono bersaglio –  oltre che di frequenti fischi arbitrali – dell’astio dei tifosi e dei giocatori avversari, innervositi al solo vederlo in campo.
Nel 1984 arrivano i primi playoff e la prima decisiva gara 5, contro i Knicks. Isiah gioca al di sotto delle aspettative e viene dominato sul campo da un Bernard King nel fiore della carriera cestistica; questo stato di sonnolenza si interrompe a 94 secondi dalla fine, quando Thomas è protagonista di una sfuriata offensiva che lo porta a realizzare 16 punti uno dietro l’altro e a condurre una partita praticamente chiusa all’overtime, da cui però Detroit esce sconfitta.

La nascita dei Bad Boys e la rivalità coi Celtics

Negli anni successivi Isiah Thomas con le sue indiscusse doti di playmaker puro, la sua grande tecnica e il suo micidiale jump shot, porta la squadra a grandi prestazioni nei playoff che la rendono una seria pretendente al titolo. Sono gli anni in cui si forma il nucleo che ben presto diventerà vincente: arriva Rick Mahorn, uno che al pari di Laimbeer non le manda certo a dire, Joe Dumars, che insieme a Zeke forma una delle coppie di guardie più forti della storia e, dulcis infundo, un ragazzaccio del New Jersey dal difficile background e dall’attitudine alla strada – cosa che in campo non manca di far sapere a tutti – e che risponde al nome di Dennis Rodman.
Nell’85 i Boston Celtics nel loro massimo splendore trascinati da un altro leggendario trash talker come Larry Bird riportano sulla terra i Pistons giocando un basket sublime in gara 5 e gara 6 della serie, che chiudono 4-2. Contro Bird, Laimbeer e compagni trovano pane per i loro denti, e l’ala di Indianapolis, solitamente propenso ad estremizzare la competizione e portarla fuori dal campo, non rinuncia a far sentire la sua voce – oltre che le sue straordinarie giocate – anche in questa serie.

Battuti nettamente dagli Hawks di Dominique Wilkins nel 1986, i Pistons arrivano al re-match con Boston, questa volta in finale di conference, nel 1987; i ragazzi di coach Chuck Daly ritrovano Larry Legend più vecchio ma non per questo meno decisivo, e se ne accorgono andando sotto 2-0 in un amen, dopo le prime due partite nell’inviolabile Boston Garden. Spinti da Thomas e Dumars, con l’apporto decisivo dei rookie Rodman e Salley riescono però a rimontare vincendo tra le mura amiche e tornando a Boston sul 2-2.
Gara 5, come spesso nella storia, è uno snodo cruciale per la serie: avanti di 1 a 5” dalla fine, in una bolgia infernale, i Pistons esultano convinti ormai della vittoria quando ottengono una rimessa con cui potranno gestire l’ultimo possesso; non hanno fatto i conti con la scaltrezza e la rapidità di Bird che legge negli occhi di Thomas l’intento di battere velocemente e cercare di sorprendere i bianco-verdi prima che impostino le marcature; Larry si avventa come un falco sulla palla un attimo prima che questa venga catturata dalle mani di Laimbeer e serve Dennis Johnson per il layup del +1.
Il cronometro segna 1 secondo alla fine, per Zeke – che aveva deciso in maniera simile gara 4 in semifinale contro gli Hawks – è una sconfitta che pesa, e la reazione della sua squadra in gara 6 al Silverdome riesce solo a portare la serie a gara 7, ancora a Boston, ancora una sconfitta. La crescente frustrazione del post partita porta Dennis Rodman a pronunciare una frase razzista secondo cui Bird viene sopravvalutato dai media perché bianco; quando anche Thomas, simbolo della squadra e dell’intera lega, appoggia e difende le parole del suo giovane compagno, parole a cui pochi avrebbero dato credito, scoppia una bufera mediatica che porterà la lega a costringere il play a volare a Los Angeles, in occasione delle Finals, e scusarsi pubblicamente con la stella dei Celtics.

La leggenda di Isiah e il titolo che non arriva

Un anno dopo, stesso copione, finale diverso: ancora contro i Celtics in finale di conference (dopo aver eliminato in semifinale i Bulls di Jordan) stavolta sono i Pistons a prevalere 4-2 e ad arrivare in finale contro i Lakers di Pat Riley – praticamente lo spettacolo impersonificato su un parquet – dove un Isiah Thomas mitologico, coi Pistons avanti 3-2 nella serie, continua a giocare dopo essersi seriamente slogato la caviglia a metà di gara 6 e, giocando sul dolore con una resistenza ed uno spirito di sacrificio visti poche volte nella storia (Kobe docet), segna 25 punti nel solo terzo quarto, trascinando letteralmente i suoi all’ultima chance di vittoria, che si infrange quando Kareem segna i liberi del 103-102 dopo un fallo dubbio fischiato a Laimbeer (probabilmente il prezzo da pagare per essere considerato un “duro”).
I Lakers vincono di 3 anche gara 7 a Los Angeles; per i Pistons è un altro brutto colpo, ma i ragazzi di Daly fanno tesoro della delusione, che dà loro le motivazioni giuste per tornare sul campo più agguerriti che mai, pronti ad una cavalcata che stavolta sarà trionfale.

Le Jordan rules e il primo anello

Ad inizio 1989 i Pistons, col miglior record della lega, scambiano Dantley con Mark Aguirre (scelto prima di Isiah Thomas dai Mavs come prima scelta assoluta nell’81), una mossa che, visto l’apporto prezioso di Aguirre dalla panchina, si rivelerà vincente. Detroit passeggia fino alla finale di conference, dopo aver battuto al primo turno i rivali Celtics, e qui i ragazzi di Daly entrano nel mito: per fermare Micheal Jordan, già diventato devastante negli ultimi anni, e per recuperare lo svantaggio di 2-1 nella serie dopo il game winner dello stesso Jordan che aveva deciso gara 3 a 3 secondi dalla fine, applicano le cosiddette “Jordan Rules”, un gioco difensivo asfissiante e mirato ai raddoppi su Jordan che costringe il 23 spesso a coinvolgere i compagni nel gioco, o nella peggiore delle ipotesi a perdere palla.
I Pistons vanno in finale dove affrontano i Lakers per la rivincita dell’anno prima: lo “sweep” nella serie la dice lunga sulla maturità cestistica raggiunta da quei ragazzi, che mandano impietosamente a casa Magic Johnson e Kareem Abdul Jabbar nella sua ultima partita da professionista, e riducono i Lakers a 92 punti di media nella serie.

Odiati, ma vincenti

E’ la consacrazione dei “Bad Boys”, come vengono chiamati per la loro aggressività difensiva e il loro gioco duro e ai limiti del regolamento, un gioco – che, ad eccezione dello sportivissimo Dumars, li vede tutti partecipi, nessuno escluso, tantomeno Zeke col suo sorriso di scherno stampato in faccia – fatto di provocazioni e teso ad innervosire l’avversario che si vede gli spazzi offensivi chiusi e cerca improbabili tiri forzati, rimediando per giunta la consueta frase tagliente, l’insulto, lo sfottò al termine dell’azione.
Tutto questo è il primo vero esempio di una squadra di afroamericani – per Dna votati al gioco spettacolare e all’attacco, e preoccupati poco e niente della difesa – che utilizzano proprio il gioco duro e fisico basato sul contatto per serrare i ranghi e difendere come mai prima di allora si era visto, alzando il livello difensivo con il crescere della qualità degli avversari.
Chi poteva essere tanto pacato da resistere a questo estenuante lavoro psicologico condito da una buona dose di colpi proibiti lontano dagli occhi degli arbitri? Non certo “angioletti” come lo stesso Bird o Sir Charles,  ma nemmeno gente coi nervi saldi come Dominque Wilkins, Malone, Jordan, Pippen e Bob Parish. Chi ne risente più di tutti – non che non se l’aspetti – è Laimbeer, oggetto dei falli più violenti e delle reazioni più estreme, con cui i suoi avversari si prendono le loro piccole “vendette” sul campo.
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I Pistons bissano il successo l’anno dopo, giocando nel nuovissimo Palace di Auburn Hills, sconfiggendo per il terzo anno di fila (e per l’ultima volta) Jordan e i suoi Bulls in finale di conference – stavolta in 7 gare, con la rabbia di Mj sfogata spaccando una sedia nello spogliatoio nell’intervallo di gara 7, a sottolineare la carenza d’impegno dei compagni di squadra – e distruggendo i Trail Blazers di Clyde “The Glide” in finale (4-1 con il buzzer beater di Vinnie Johnson a 0,7 dalla sirena che regala il titolo). Mvp delle finali è Isiah Thomas, mentre l’anno prima era toccato a Joe Dumars coi suoi 27.3 di media nelle finali.

La fine dell’era

Il Back-to-back è una grande prova di forza di Isiah e compagni, ma anche una vittoria che ha il sapore del riscatto per tutta la città di Detroit, relegata sempre più a “ghetto d’America”. L’anno dopo i Pistons, pur in evidente fase calante, sono ancora considerati favoriti per il titolo e si trovano davanti per la quarta volta Jordan per il titolo della Eastern Conference. Forti delle nette vittorie negli scontri diretti in stagione regolare e arrivati alla definitiva maturità psicologica, ancor prima che fisica – che consentirà loro di diventare una delle squadre più vincenti della storia – i Chicago Bulls riescono ad eludere le Jordan Rules cambiando, grazie a Phil Jackson,  il loro modo di attaccare e adattandosi al muro difensivo di Detroit, cercando di distribuire meglio la palla e di non rimanere ancorati alle giocate in isolamento di Mike e Pippen.
Il risultato è una vittoria schiacciante, un 4-0 che non ammette repliche e spinge i Pistons a lasciare il campo qualche secondo prima della fine di gara 4 per la grande umiliazione subita e per evitare i classici saluti ai vincitori. Per Jordan, che vincerà il primo dei suoi 6 titoli in finale ancora contro L.A., è prima di tutto una rivincita personale contro giocatori che, sul campo e fuori, non erano stati mai troppo teneri con lui criticandolo talvolta pesantemente e umiliandolo anche verbalmente nelle sfortunate sfide precedenti.
GUARDA IL VIDEO (minuto 6.37)

L’era dei Bad Boys finisce con questo gesto, come nemmeno un abile romanziere sarebbe riuscito a concluderla, con l’ennesimo, l’ultimo, atto di antisportività di Thomas, Laimbeer, Rodman e gli altri.
Ricordare questi ragazzi per il loro gioco violento e le scorrettezze però è riduttivo; i Detroit Pistons hanno cambiato radicalmente questo sport e il modo di concepirlo, hanno introdotto sui parquet il gioco fisico e duro che oggi vediamo sui campi da basket di tutta la lega, hanno vinto, e vinto davvero, per la prima volta puntando su una grande difesa, prima ancora che su un attacco che pure aveva pochi eguali nell’Nba di quegli anni.
Non solo: hanno affrontato e dominato il campionato in uno dei suoi momenti di massimo splendore, con la presenza di alcuni campioni tra i più forti di sempre, da Jordan a Bird, da Magic a Drexler, a Jabbar, a Barkley, a Wilkins e via dicendo (lo dimostra il fatto che Isiah Thomas fu scelto nel primo quintetto Nba “solo” 3 volte nella sua lunga e meravigliosa carriera).
Dopo quei due titoli la franchigia è rimasta a secco fino al sorprendente exploit del 2004 (con Billups Mvp, giocatore che oggi sta ricordando a tutti perché allora fu soprannominato Mr. Big Shot) e oggi sono una delle squadre più scadenti della lega, con il mitico Palace di Auburn Hills spesso semi vuoto, e negli occhi dei pochi appassionati nostalgici le gesta di quei ragazzi, antipatici, cattivi sul campo, odiati da tutti, vero, ma più che mai vincenti.

 


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