“The Flu Game” e le altre eroiche imprese

15 anni fa Michael Jordan disputava una storica gara 5 di finale Nba dominandola nonostante la febbre; la “Flu Game” del ’97, tuttavia, non è stata né la prima né l’ultima volta in cui un campione è riuscito a sconfiggere il dolore (oltre che gli avversari).

“The Flu Game” e le altre eroiche imprese
Flu Game

Michael Jordan, finali 1997, gara 5

Il giorno prima di gara 5 Jordan si svegliò con un senso di nausea tale da non dargli pace; riusciva a stento a star seduto nel letto del suo albergo a Salt Lake City, gli fu immediatamente diagnosticato un virus dovuto ad un’intossicazione alimentare: scendere in campo il giorno seguente era pressoché impossibile. Le cose per i Bulls a quel punto si mettevano male: partiti 2-0 nella serie, avevano subito la rimonta dei Jazz che avevano impattato in gara 4; senza la loro stella portare a casa gara 5 al Delta Center sarebbe stato proibitivo.
Il giorno seguente His Airness dormì fino al pomeriggio, svegliandosi appena 3 ore prima della palla a due; ma appena la partita cominciò il suo pessimo stato fu evidente a tutti, e i Jazz guidati da Stockton e Malone ne approfittarono per portarsi sul +16 all’inizio del 2° quarto.
Lentamente, MJ cominciò a riprendere la consueta confidenza col canestro, riuscendo a segnarne 17 prima dell’intervallo e permettendo ai suoi di chiudere con un ottimo parziale. Costretto in panchina e affaticato nel terzo, consentì a Utah di riportarsi ad un discreto margine, fino a tornare in campo nell’ultimo parziale segnando 15 punti in qualche minuto; a 46” dalla fine i Bulls erano sotto di uno, e MJ si era appena guadagnato due liberi: il primo entrò per il pareggio, il secondo incredibilmente si fermò sul ferro. Lesto, Toni Kukoc si avventò sulla palla strappando il rimbalzo offensivo più importante della sua carriera, e servendo Jordan che indietreggiò permettendo alla difesa dei Jazz di ritrovare il suo assetto.
Palla per Pippen, triplicato, splendido passaggio di ritorno per Michael, praticamente smarcato, e tripla del +3 a 25” dalla fine. I Jazz, nonostante l’assedio finale, non riuscirono più a segnare dal campo e Jordan, stremato, si abbandonò tra le braccia di Pippen pochi secondi prima della sirena, nell’immagine simbolo del Flu Game.
Alla fine infatti nonostante fosse visibilmente provato e camminasse per il campo, Michael era rimasto eroicamente in campo 44 minuti; niente, se lo si paragona ai suoi numeri a fine incontro, che parlavano di 38 punti, 7 rimbalzi, 5 assist e 3 palle rubate.
Qualsiasi parola a proposito di quest’impresa è stata già spesa; non sembrò umano, e non lo sembra tutt’ora, che un atleta riuscisse a spingere il suo corpo oltre i suoi limiti in quel modo. Probabilmente fu l’amore che Jordan aveva per il gioco, per lo stare in campo, per quello che ha fatto – e meglio di chiunque altro – durante la sua carriera, a consentirgli di sconfiggere le barriere di un qualsiasi essere umano, prima ancora degli avversari; e forse è per questo che, più dei 63 punti, più di The Shot in finale ’98, più di tutte le sue imprese in termini di statistiche, è questa ad essere considerata la perla della sua fantastica carriera cestistica, la partita simbolo di questo sport come dello sport in generale.
Ancora una volta, grazie Mike.

Willis Reed, finali 1970, gara 7

Quel giorno al Madison Square Garden doveva essere un giorno speciale. Tutta la grande mela era in fibrillazione, il primo titolo della storia della franchigia era quasi un obbligo per Walt Frazier e compagni; la serie si era messa bene per i Knicks in gara 5, al termine della quale però uno degli uomini più rappresentativi di quella indimenticabile squadra, il centro Willis Reed, aveva riportato uno strappo alla coscia destra.
Le ripercussioni della perdita di Reed – morali, oltre che nel gioco – sui compagni avevano dato modo ai Lakers di risorgere in gara 6 a Los Angeles con una grande prestazione di Wilt Chamberlain; ma in gara 7 si tornava nel tempio del basket e lì la squadra di Red Holzman era attesa al grande passo per entrare nella storia.
Quello che accadde dopo è leggenda: Reed rimase negli spogliatoi durante il riscaldamento iniziale, nessuno pensava ci fosse una speranza di vederlo entrare in campo.
“Mi guardai allo specchio, e mi dissi che quella era gara 7 della Finale, una partita per cui si aspetta tutta la vita. Non volevo ritrovarmi dopo 20 anni a rimpiangere di non averla giocata” ha raccontato il centro.
Così, dopo un’iniezione per alleviare il dolore, pochi attimi prima della palla a due Willis Reed percorse il tunnel degli spogliatoi e mise piede sul parquet, scatenando l’estasi del pubblico del Madison e gli sguardi attoniti dei Lakers, che smisero all’istante di riscaldarsi e rimasero a fissarlo con gli occhi di chi avrebbe preferito chiunque altro al mondo che non fosse lui.
Reed si diresse verso il centro del campo, vinse la palla a due con Wilt Chamberlain e segnò i primi due canestri dell’incontro: i compagni non credettero ai loro occhi, e caricati moralmente dall’eroismo del loro leader disputarono una partita strepitosa.
Gli occhi di Chamberlain, Baylor e Jerry West e il terrore che vi si leggeva furono colti da Walt Frazier che divenne il vero mattatore della serata con 36 punti (22 dei quali per il decisivo +20 prima dell’intervallo) e 19 assist in una delle più grandi prestazioni di sempre, ma fu la carica emotiva successiva all’ingresso di Reed (alla fine quei 4 punti furono gli unici della sua partita), e la sua sola presenza sul parquet, a dare ai Knicks la spinta decisiva per portare a casa il primo titolo della loro storia.

Isiah Thomas, finali 1988, gara 6

Quando si è trattato di combattere, non mollare mai e dare tutto sé stesso fino alla fine, Isiah Thomas non si è mai tirato indietro. La sua gara 6 di finale contro i Lakers è una prestazione emblematica del modo di essere e di stare sul campo di Zeke, carismatico leader dei “cattivi ragazzi” che hanno fatto la storia di Detroit.
Alla ricerca del loro primo titolo (lo avrebbero vinto l’anno dopo vendicandosi sui giallo-viola) affrontavano i campioni in carica, i “soliti” Lakers di Magic Johnson, che invece cercavano il primo double dai tempi di Bill Russell.
Sul 3-2 Pistons la serie tornò al Forum, dove i Lakers si portarono sul +8 di vantaggio all’inizio del terzo quarto; la furia di Isiah però non tardò ad arrivare: il play mise a referto 14 punti in pochi minuti, segnando in tutte le maniere possibili, prima di atterrare sul piede di Cooper slogandosi la caviglia con 4’ ancora da giocare nel terzo periodo.
Nemmeno l’insopportabile sofferenza riuscì però a fermarlo quando, 35 secondi più tardi, tornò in campo e proseguì la sua sfuriata giocando sul dolore: alla fine del parziale i punti erano 25 (record in un quarto di una finale) con 11/13 dal campo, numeri con cui da solo aveva portato i suoi a +2 di vantaggio.
Le cose nel 4° quarto non andarono come sperato quando i liberi di Jabbar e il tiro sbagliato sulla sirena da Dumars consentirono ai losangelini di portare a casa l’incontro, 103-102, e il titolo in gara 7, ma Isiah il Guerriero, con 43 punti, 8 assist, 6 palle rubate, 3 rimbalzi, un occhio nero e una caviglia gonfia alla fine del match si era appena consegnato alla storia del gioco.

Dirk Nowitzki, finali 2011, gara 4

La performance compiuta l’anno scorso nelle Finals da Dirk Nowitzki, decisiva per cominciare la rimonta sugli Heat che avrebbe portato i Mavericks al titolo, è entrata di diritto tra quelle dei suoi eroici predecessori.
Il febbrone che lo aveva colto sin dal mattino il giorno di gara 4 era una catastrofe: fino ad allora i Mavs avevano basato il loro gioco offensivo quasi esclusivamente su di lui (e Jason Terry), potendo contare sull’apporto di Tyson Chandler in difesa; grazie al suo layup a 3” dalla fine Dallas aveva strappato una inaspettata vittoria in gara 2, dovendosi però arrendere ad un grande Wade in gara 3 in Texas; gara 4 era perciò una sorta di close out game, sul 3-1 per gli Heat rimontare sarebbe stato impossibile.
Spinti dal pubblico dell’American Airlines Center i Mavericks sopperiscono alla mancanza di brillantezza del loro leader (solo 6-19 dal campo per il tedesco) e con una gran prestazione di squadra – 13+16 di Chandler, 17 di Terry, 16 di Marion – rimangono in partita nonostante un’altra performance da incorniciare di Wade (approfittando di un LeBron assente ingiustificato) fino al 4° quarto.
Proprio nel momento di maggior importanza della gara il solito WunderDirk prende in mano i suoi e sconfigge la febbre e gli Heat con un lay-up vincente a 14” dalla sirena, chiudendo con 21 punti e 11 rimbalzi. Nessuno è stato a conoscenza delle sue condizioni di salute fino all’intervista nel post-gara di Chandler, che ha spiegato ai microfoni l’accaduto suscitando lo stupore di tutti coloro che avevano assistito a quel match, e l’ironia di Wade e James (ricordate i finti colpi di tosse nel tunnel prima di gara 5, a cui seguì la risposta sul campo dell’uomo da Wurzburg).
La splendida e impronosticabile vittoria finale dei Mavericks 4-2 è scaturita probabilmente anche da questi episodi, da una squadra che si stringe attorno al suo uomo di punta nel momento più difficile, quando sembra che il destino stia optando per gli altri, e da un campione che tenta l’ultimo disperato assalto al titolo traendo forza dalle dalle sue pessime condizioni di salute e dai pronostici sfavorevoli per portare a compimento il sogno di una vita.
 


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