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Bird... e fu così che diventò “Larry the Legend”

Eccoci tornati con la rubrica "NBA Greatest Moments": quest'oggi parliamo di Larry "The Legend" Bird, evitando di fare un mero resoconto dei risultati ottenuti in carriera, bensì tracciando più un profilo del Bird che non tutti conoscono

Bird... e fu così che diventò “Larry the Legend”
La riproduzione in bronzo delle Converse di Larry Bird © http://www.flickr.com/photos/biker_jun/4830964121

Larry "The Legend" Bird

Larry Bird non era solo un giocatore decisivo, uno che vinceva partite e titoli da solo, un atleta nato per giocare a pallacanestro; no, Bird era uno che le partite prima di vincerle con un tiro decisivo le vinceva con la testa, e con quell’irrefrenabile spirito di competizione che lo portava ad essere il peggior incubo di chiunque lo affrontasse su un parquet. Eccovi un po’ di aneddoti che ne hanno segnato l’incredibile carriera.

Tutto ebbe inizio così

“Sei speciale ragazzo, ma devi continuare a lavorare duro; ricordati che c’è, e ci sarà sempre, qualcuno da qualche parte che ha il tuo stesso talento, e che adesso sta lavorando duro quanto te, anzi di più”. Queste le parole che il coach della High School di Magic Johnson, tale George Fox, era solito ripetere al suo formidabile campioncino. “Mi chiedevo chi fosse questo qualcuno, perché non l’avevo ancora mai incontrato”, racconta Magic, “Ma tutto cambiò quando quel giorno del 1978, in una palestra del Kentucky, vidi Larry Bird. Capii subito che era lui il giocatore di cui mi parlava coach Fox”.
Era l’inizio di una rivalità storica tra due giocatori, due simboli, due bandiere; una rivalità che col tempo avrebbe lasciato spazio ad una profonda, sincera amicizia; leggendo l’ottimo pezzo di Marco Pighizzini su Magic e il suo “showtime” mi è venuto spontaneo mettere giù queste parole sull’altro grande interprete del basket negli anni ‘80, che proprio la settimana scorsa è stato superato da capitan Pierce nel maggior numero di punti segnati per la gloriosa franchigia dei Boston Celtics.

Anatomia di una leggenda

Per descrivere cos'era Larry Bird potrei narrarvi anno dopo anno la sua strepitosa carriera, elencarvi i premi, i riconoscimenti, le statistiche sensazionali di un giocatore sensazionale...ma non vi direi niente di nuovo, niente che non potreste già sapere avendolo visto giocare, o sfogliando il più incompleto degli almanacchi del basket Nba.
Potrei farlo, ma il tutto rischierebbe di diventare un monotono elenco che suonerebbe più o meno così: "diventa il Rookie of the Year, vince il titolo Nba, perde in finale contro i Lakers, vince tre Mvp di fila, vince il titolo contro i Lakers, diventa Mvp delle finali, sfiora la tripla doppia di media in diverse serie finali, decide con l'ultimo tiro decine di partite, perde contro Magic, vince l'ultimo titolo, è il dio di Boston, la gente lo idolatra, si ritira, il 33 è appeso al soffitto del Garden, entra nella Hall of Fame, è incluso nei 50 più forti di sempre".
Potrei raccontarvi tutte queste incredibili cose, ma significherebbe ridurre la storia di Bird a cifre, trofei, statistiche, risultati. Per parlare di Larry Bird ci vuole invece molto altro: è la forza mentale di un predestinato sempre sotto pressione, è la voglia di vincere in ogni momento e in ogni situazione qualunque cosa accada, è l'immagine di un ragazzino che continua a tirare, rimasto solo sotto la pioggia, su un campetto freddo dell'Indiana.

Le sue doti di giocatore sono note ai più: un’ala piccola dotata di un gran tiro da ogni metro del campo, un rilascio pressoché perfetto, un ottimo gioco in post ma anche un passatore sublime (“rimasi impressionato da come uno della sua stazza sapesse trattare il pallone, della sua visione di gioco che gli consentiva passaggi degni del miglior playmaker che avessi mai visto; eppure giocava ala”, parole ancora di Magic Johnson), ma soprattutto un’intelligenza cestistica fuori dal comune grazie a cui riusciva a recuperare palla con estrema facilità e ad avere la meglio in ogni situazione, su avversari molto più veloci e dotati fisicamente di lui (che non era esattamente una freccia).
Ciò che più lo ha reso un vincente, come spesso capita, è stata però la sua proverbiale forza mentale, la sua capacità sfruttare la pressione per caricarsi e trasformare la tensione nell’energia inesauribile che lo spingeva a lottare su ogni pallone, ad essere l’ultimo a mollare, a fare della competizione la sua ragione di vita, la forza intrinseca che tutti, avversari e compagni, gli leggevano negli occhi. Odiava perdere, Larry Bird, e più la posta in gioco si faceva alta più riusciva ad essere decisivo, a trovare la giocata vincente, a far capire alla sua squadra che quella partita, quella serie, quel torneo loro l’avrebbero vinto, che quello era il loro momento e niente e nessuno li avrebbe fermati.
Un vincente nato, uno che in campo non ha altro pensiero che umiliare i rivali; chi vi viene in mente pensando ai tempi odierni, se non ancora (e sempre lui) il numero 24 gialloviola? Non a caso in una recentissima intervista (in occasione proprio del “sorpasso” di Pierce), alla fatidica domanda “Kobe or LeBron?” Bird non ha avuto dubbi nell’indicare Bryant “Se dovessi scegliere lo spettacolo sceglierei James… ma se desiderassi vincere, nella mia squadra vorrei avere avere il Black Mamba”. Detto da uno che ha vestito la maglia dei Celtics per tutta la carriera, fa riflettere.

The Hick from French Lick

Al cinismo in campo però si abbinava una tranquillità, riservatezza, talvolta timidezza, frutto sicuramente delle sue umilissime origini; il “contadino di French Lick”, come amava farsi chiamare, è un soprannome che la dice lunga sull’immagine che Larry Bird dava di sé, in netta contrapposizione col fare estroverso e socievole del rivale Magic.
I due non potevano essere più diversi: da una parte un uomo di spettacolo che amava far parlare di sé e coltivava un ottimo rapporto con la stampa e il mondo “fuori dal basket” in generale, calandosi alla perfezione in un ambiente chiassoso come quello di Los Angeles; dall’altra un taciturno, in eterno contrasto con tutto quello che non riguardava il gioco, un enigma per ogni giornalista che volesse intervistarlo, presto diventato l’idolo indiscusso di una città di lavoratori come Boston che si identificava perfettamente in lui; è celebre l’episodio di una convocazione in ufficio da parte di un dirigente di Indiana State (università da lui scelta dopo aver abbandonato la più blasonata Indiana University ed essere tornato a French Lick a lavorare come netturbino fino al tragico episodio del suicidio del padre) in cui rifiutò nell’ordine: l’offerta da parte del rettore di Harvard di tenere un discorso nell’ateneo più prestigioso d’America sui valori dello sport, un servizio fotografico per la copertina di Sports Illustrated e un servizio di 15 pagine su un altro noto mensile statunitense, concludendo la serie di rifiuti con tono seccato, chiedendo: “Tutto qui? Avevi detto che era importante…”.
Ma se stare sotto i riflettori gli dava la nausea e i suoi discorsi fuori dal campo si limitavano a poche e concise parole, sul campo Bird era una furia anche nel modo di rapportarsi agli avversari: la sua illimitata competitività lo ha fatto diventare uno dei più grandi trash talker che la lega ricordi.

Le origini di una vittoria

“So che se gioco al meglio, se mi impegno al massimo, posso battere tutti; non ho paura di nessuno, su un campo da basket. Nessuno, tranne Larry Bird. Perché? Perché lui è quel tipo di giocatore che se vuole vincere non lo fermi. E’ capace di buttarsi su ogni palla, di lasciare il sangue sul campo; quando Larry decide di vincere è dura anche per me”, è ancora Magic a parlare. E non ha tutti i torti: quella dei playoff del 1984 resta una delle dimostrazioni più spettacolari dello strapotere di Larry Bird.
Dopo aver assistito impotente alla schiacciante vittoria dei Lakers, trascinati proprio da Johnson, sul loro campo in gara 3 delle finali (vittoria che aveva pericolosamente portato la serie sul 2-1 a favore dei lacustri), Larry decide che è il momento di dare la scossa ai compagni di squadra, e si sfoga con la stampa nel post partita “Stanno giocando come delle signorine. Non aggrediscono, non lottano come vorrei; quando ho visto Magic scambiarsi pacche e cinque coi compagni mi sono reso conto che è così che dovremmo giocare, che non permetterò più ai Lakers di avere vita facile”.
La “scossa” fu notevole, il risultato lo conosciamo tutti: da quel momento in poi i Celtics giocarono con una intensità e un affiatamento che non lasciò scampo ai rivali; tutti i biancoverdi, dalle stelle come McHale e Parish ai panchinari, sembravano plasmati ad immagine e somiglianza del loro condottiero e leader indiscusso.
Quella vittoria aveva molti significati per Larry, che vendicava così la sconfitta di 5 anni prima in finale Ncaa dei suoi Indiana State Sycamores contro i Michigan State Spartans, nella partita che segnò l’inizio dell’eterna rivalità con Magic Johnson; era la prima volta che affrontava il rivale in una finale Nba, e la dedica a Terre Haute, il paese in cui ha sede Indiana State, fu la dimostrazione di quanto quella sconfitta da liceale (nonostante il primo titolo Nba nel 1981) gli avesse lasciato l’amaro in bocca. L’immagine che lo ha immortalato intento ad esultare tenendo tra le labbra il sigaro appena rubato a Red Auerbach resta una delle più belle tra tutte quelle che lo ritraggono vincente.

Larry il “profeta”

Uno spirito vincente, abbiamo detto. Beh potreste chiedere ai suoi avversari quale fosse il suo grado di consapevolezza, quanto realmente fosse convinto di poter portare la sua squadra alla vittoria.
Sicuramente vi racconterebbero di come quella volta a Seattle, col punteggio sul 102 pari, al momento del timeout chiesto da coach K.C. Jones per l’ultimo possesso, si sia rivolto prima proprio all’allenatore, intento a definire lo schema (“Ehi coach, perché non mi date la palla e vi togliete tutti di mezzo?”) poi al difensore che avrebbe avuto l’ingrato compito di marcarlo, Xavier McDaniel, dicendogli “Guarda questo punto, perché prenderò palla proprio qui e ti segnerò in faccia il canestro della vittoria”, “Lo so, e ti aspetterò” fu la risposta di McDaniel.
Dopo il timeout Bird aveva finto il taglio, si era posizionato nel punto esatto da lui indicato, aveva ricevuto palla e segnato in faccia al suo marcatore. “Peccato” gli sibilò incrociandolo dopo l’azione “vi ho lasciato ancora 2 secondi sul cronometro, volevo che segnasse 0.0”.

Tra le vittime di queste non infrequenti “predizioni” si annoverano anche i Dallas Mavericks (al timeout Bird spiegò a tutta la panchina avversaria nei dettagli da chi avrebbe ricevuto la palla, dove e cosa avrebbe fatto “Io sto lì nell’angolo, aspetto il passaggio di Ainge, faccio un passo indietro e segno da 3…adesso mi metto lì, non mi muovo, e il prossimo suono che sentirete sarà quello della palla che colpisce il fondo della retina” – inutile dire che andò esattamente così) ed un frustrato Horace Grant che, in una sfida, tenta di provocarlo, di farlo deconcentrare, e lo sfida “Dimmi cosa hai intenzione di fare, se hai il coraggio” Larry lo guarda negli occhi. “Ok amico. Ti faccio una finta a sinistra e segno con un gancio con la mano destra, proprio sulla tua testa” come pensate che sia andata?

Incontri poco amichevoli

Il suo comportamento sul campo non gli garantiva molti “amici” tra gli avversari; indimenticabile una gigantesca rissa scoppiata con l’intera squadra dei 76ers dopo il suo continuo ricordare in tono canzonatorio a Julius Erving il conto dei punti segnati da entrambi: arrivato a 42 punti segnati con l’avversario fermo solo a 6, la pazienza di Dr. J si esaurì e la scazzottata ebbe inizio.
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Indimenticabile è anche un episodio in cui, il giorno di Natale,  contro i Pacers, Bird si rivolse a Chuck Person “voglio farti un regalo di Natale, Chuck” Durante la partita, mentre Person era in panchina, Bird tirò da 3 dalla linea di bordo campo proprio di fronte a Person. Immediatamente dopo aver eseguito il tiro, Bird si girò ancora verso Person, "Merry f****n' Christmas!" giusto in tempo per sentire il fruscio della retina.

Ancora, dopo uno dei tanti falli cattivi subiti da un “duro” come il centro dei Pistons Bill Laimbeer, Larry gli mollò prima un destro e poi, con la sua proverbiale precisione, gli scagliò il pallone addosso centrandolo in piena fronte; mandato negli spogliatoi anzitempo e imbattutosi in Bob Parish, che era lì perché infortunato, si senti chiedere se la partita fosse già finita “Si Bob, abbiamo vinto”. “E gli altri che fine hanno fatto?” si insospettì il pivot. “Sono in campo a parlare con il coach”. Ma Parish non mollava “Che hai combinato?”. “Mi hanno espulso” cedette dopo un po’. “Laimbeer?”. “Già”. Non servirono altre parole.

“Sono queste cose che ti spingerebbero a saltargli addosso e mollargli un paio di ganci” mormorava Charles Smith dopo che il 33 aveva appena deciso la partita con un tiro sulla sirena urlando un lungo “Sorry, Charlieee!” al momento del rilascio.

Il Re della gara del tiro da 3 punti

Bird fu capace di vincere per tre volte di fila la gara da 3 punti all’All Star Game, e le sue partecipazioni non furono mai banali; celebre il suo ingresso nello spogliatoio la prima volta, quando, dopo essersi guardato attorno senza proferire parola, con aria convinta disse ”Voglio che tutti voi sappiate che io vincerò questa gara; sto solo cercando di capire chi arriverà secondo”; il bis lo concesse l’anno dopo, prima di vincere ancora, stavolta senza nemmeno togliersi la giacca della tuta, quando rispose a Dale Ellis che lo aveva sfidato davanti alla stampa chiedendosi perché quell’anno Bird non avesse avuto molto da dire.
“Non c’era bisogno di parlare prima” furono le sue parole dopo la vittoria “stavolta tutti già sapevano chi avrebbe vinto”. Piccolo particolare, l’ultimo tiro Larry lo lasciò partire e si girò verso il pubblico con un dito puntato al cielo in segno di vittoria, ancor prima che la palla terminasse la sua corsa, ovviamente, in fondo al canestro. Quando infine fu chiesto a Hodges, il primo vincitore della gara dopo l’”Era Bird”, se il suo successo fosse dovuto proprio alla mancata partecipazione del 33, alla sua risposta “Larry sa dove può trovarmi, quando vuole” non si fece pregare per la pungente replica “Certo che lo so: alla fine della panchina dei Bulls”

Atti di “bullismo”

Il rispetto che riservava agli avversari, a parte le dovute eccezioni, era pressoché minimo; tanto verso giocatori d’esperienza, come Isiah Thomas (“Ehi, hai finito?” dopo la sfuriata offensiva dell’11 di Detroit in un terzo quarto “No, amico” fu la risposta di Zeke. “Beh, io dico che hai finito, perché adesso tocca a me”; e Larry vinse anche quella partita) quanto verso Rookies come Rodman (dopo 5 canestri di fila segnati in faccia al suo giovane marcatore si rivolse a Chuck Daly, coach dei Pistons, chiedendogli chi lo stesse marcando e consigliandogli di lasciare quel compito a qualcuno di più tosto, se non avesse voluto vedergliene fare 60) o Reggie Miller, che lo stava infastidendo al momento di tirare i liberi (“Stai giocando con me, Rook, io sono il miglior tiratore nella lega in questo momento… nella lega, capisci? E tu stai ancora provando a dire qualcosa?” sbraitò tra un libero e l’altro, entrambi messi a segno) quanto verso i tifosi (Ad un tifoso di Philadelphia che gli diede appuntamento al venerdì successivo per l’eventuale Gara 5, Bird, per nulla intenzionato a trascinare la serie ad un’altra partita, rispose “Hai più possibilità di vedere Dio, venerdì, rispetto a me”). Lo stesso Reggie Miller però (uno molto simile a lui nel modo di trattare l’avversario) sarebbe poi diventato il suo pupillo al momento di allenare Indiana… ma questa è un’altra storia (di cui presto vi renderò partecipi).

Forever

Nemico acerrimo per tutti, avversario irrispettoso, trash talker leggendario, pungente, tagliente come le sue frasi pronunciate sotto i baffi biondi, Larry Bird non mancava mai di rispetto ad un “nemico” che meritasse la sua attenzione. Rispetto ne ebbe per Dominique Wilkins, dopo le incredibili sfide in cui i due si alternavano in un epico botta e risposta da 40 punti ed oltre a testa; ne ebbe per Mj, quando dopo i suoi 63 punti in una gara di playoff disse a chi lo intervistava “Stasera Dio era in campo, ragazzi… era quello travestito da Micheal Jordan”.
Rispetto ne ha sempre avuto anche per lo storico rivale in maglia Lakers: lui stesso fu il primo, che, correndo dal fratello maggiore a riferirgli del loro primo incontro in quella palestra del Kentucky, gli gridò: “Oggi ho conosciuto il più forte giocatore del College Basketball: si chiama Magic Johnson”.

D’altronde guardando la sua cerimonia d’addio, a cui Magic partecipò, sotto gli occhi di migliaia di persone commosse al Boston Garden non si può non notare quanto quella incredibile competizione, quella sfida che si ripetette per più di un decennio tra due dei più forti giocatori di sempre, abbia creato un’empatia, un sentimento sincero di amicizia tra i due, così diversi caratterialmente, ma infondo così simili per quello che entrambi hanno dato sui campi di basket di tutta l’America, oltre che per essere, nel senso più viscerale del termine, due vincenti. E le parole di Magic in quell’occasione hanno fatto commuovere milioni di appassionati.
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“Sei sempre stato sincero con me, Larry. Sempre, e te ne sono grato. Soltanto una volta mi hai mentito, ed è stato quando mi hai detto che un giorno ci sarebbe stato un altro Larry Bird. Ti sbagliavi, amico mio: non ci sarà mai, mai, un altro Larry Bird.”

 

 


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