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Snaidero: pillole arancioni di un decennio di basket udinese

La storia dell'ultimo decennio del basket Udinese timbrato Snaidero rivisitata tramite una serie di personaggi e vicende chiave

Snaidero: pillole arancioni di un decennio di basket udinese
Sasha Vujacic (qui contro Milano) ha giocato a Udine dal 2001 al 2004 © Savino Paolella (C) 2011

Ogni nazione cestistica ha le sue realtà: quelle consolidate, quelle un po’ meno consolidate, e soprattutto quelle un po’ più di nicchia che, purtroppo, muoiono giovani.  La Snaidero Udine suo malgrado è entrata da poco in questa ultima categoria (Luglio 2011) e, per rinfrescare la memoria agli acculturati della palla a spicchi, ecco a voi una serie di personaggi e vicende chiave di questo periodo.

Snaidero

Il nome, la squadra, la famiglia. All’inizio della stagione 1999-2000 la società compra i diritti da Vicenza e parte dalla serie A2. L’organico presenta nomi di vecchi volponi del passato arancione (Giancarlo Sarti come GM, Lorenzo Bettarini come assistente allenatore) e la squadra è affidata ad un giovane Matteo Boniciolli. La presidenza è dell’ingegnere Edi Snaidero, proprietario dell’omonima fabbrica di cucine, e figlio di quel Rino Snaidero che aveva mandato avanti la tradizione fino agli anni ’70. A Edi, presenza fissa con la famiglia a tutte le partite al Carnera, andrà il merito di aver operato per dieci anni lealmente (eccetto le scelte coraggiose dell’ultimo disastrato anno in serie A, la squadra non subì quasi nessuna multa o sanzione amministrativa) ma anche, al momento della sparizione della squadra del 2009, il demerito di non essere stato in grado di trovare acquirenti o soci all’altezza di mandare avanti un progetto serio.

Charlie Smith

In arancione dal 2000 al 2003, è il più grande campione sbarcato in Friuli: tutti si chiedono come “il Ragno” avesse potuto accettare, dopo un passato allo Staples Center (sponda clippers) la triste realtà provinciale delle turche ingiallite del Carnera. Lui fa finta di non sentire (la risposta è fin troppo facile),  prende la squadra per mano e la porta in serie A1 ad una media di 26, 1 punti per gara (che diventeranno 24, 20  la stagione successiva).  Tutti ricordano il suo esordio in arancione  (cambio, rimessa, passaggio anticipato e schiacciata a una mano alla destra del ferro), ma a contraddistinguerlo è il suo movimento tipico: palleggio per entrare nei tre punti, palleggio per uscirne e bomba in sospensione, con il pubblico che accompagna questo rito con un boato crescente. Con il numero 5, Charlie è un tipo sempre disposto a scherzare, disponibile, ma in campo mai sopra le righe, se non per il suo talento.  Se ne tornerà in nba dopo il suo graffiante biennio udinese, nelle file dei San Antonio Spurs. Si rivede in Italia nel 2003 a Castelmaggiore (Futurvirtus) e nel 2004 alla Scavolini Pesaro, per poi mettersi in luce in Eurolega (tra il 2006 e il 2010 gioca tra Efes Pilsen e Real Madrid) e tornare in Italia nel 2011 a Roma dove avrà poca fortuna. Attualmente è in forza al Besiktas. 

Teoman Alibegovic

Teo è una delle figure chiave del decennio arancione.  Un giocatore longilineo, spallato, ala forte con il numero 7 che, già stampato sulla maglietta, si disegna sulla schiena ad ogni suo tiro. Capitano della Snaidero dal 1999 al 2002 (e artefice assieme a Smith della promozione in serie A1 del 2000), viaggia per tre stagioni tra i 18 e i 12 punti per gara.  Di lui è pregevole l’impegno per lo sviluppo dei giovani: oltre a diversi camp estivi nel passato, tuttora organizza diverse iniziative in Slovenia.
Nel 2003 finisce la sua carriera di giocatore e, quattro anni dopo, torna a Udine per due stagioni in veste di allenatore-general manager. Da giocatore Teo è un’ala di altri tempi, temprata alla Javier Zanetti (capitano corretto, grintoso, tiro deciso e difesa intesa), da manager sicuro, tattico, parsimonioso e orgoglioso di sé stesso.
A lui il merito di aver contribuito significativamente allo sviluppo di talenti come Sasha Vujacic e di aver messo a segno colpi come Kelecevic, ma anche reo di aver portato a Udine personaggi ambigui come Sasa Markovic.

Palacarnera

Situato in Piazzale Argentina 1, è lo storico impianto del basket che sorge all’ombra dello stadio del calcio. Inaugurato nel 1970, è e rimarrà il teatro di tutti gli undici anni di basket arancione e in particolare della magica sera del 25 Maggio del 2000, dove Udine entra in serie A1 aggiudicandosi la serie (3-1) contro Barcellona Pozzo di Gotto. Anima e corpo degli avversari era uno spauracchio di nome Gerrod Abram che faceva trenta punti con gli anelli alle mani, godendo al Carnera della stessa stima di Leo Messi al Bernabeu.  Di quella partita, tutti i tifosi arancioni hanno in mente l’immagine di Agostino Li Vecchi (allora avversario, passato alla Snaidero l’anno successivo) che a quattro secondi dalla fine  prova i tre punti dall’angolo, sull’82-81: la palla sembra voler entrare, fa due giri sul ferro ma poi esce. Cantarello prende il rimbalzo e apre per Pieri, che interrompe la sua corsa verso centrocampo urlando con la palla in mano. Pregevole il gesto di fair play di Alibegovic, che si arrampica sulla curva ospiti a salutare i tifosi Barcellonesi, molto corretti durante tutti i confronti.

Palatrieste

La tana del nemico per antonomasia. Stagione 2000-2001: il 2 Gennaio 2001, alle ore 20.30 vi va in scena il primo derby regionale della massima serie contro la ambiziosa Tèlit Trieste di Roberto Casoli, Scoonie Penn e Casey Shaw. Capitan Alibegovic, discusso ex di turno, esce dal tunnel  degli spogliatoi appena dopo i compagni salutando il pubblico, con un’aria che doveva essere di fair play, ma che sotto i fischi giuliani assume sempre di più i tratti di una sfida. La partita inizia bene: Smith colpisce da fuori, Thalamus McGhee si fa sentire da sotto e Alibegovic è preciso dentro l’arco. Il primo quarto finisce 14-27 per i friulani, vantaggio mantenuto e incrementato fino al 44-61 alla sirena del terzo quarto. Trieste però si rifà sotto con una zona serrata, portandosi sull’80-80 a dieci secondi dalla fine dopo cinque contropiedi consecutivi identici di Scoonie Penn:  penetrazione a destra, cambio di mano, entrata, sospensione in allontanamento, parabola sul tabellone e canestro. Così per cinque volte. Parità. Palla Snaidero, Leonardo Busca inizia l’azione, taglia, Alibegovic blocca per Smith che riceve centrale alto da Carraretto, si alza e mette la tripla all’ultimo secondo (80-83). Fu così che il gelo della Bora di quella sera penetrò dentro al Palatrieste, immobilizzando tutti i casalinghi. Ancora una volta  Charlie , con il suo indice al cielo, aveva trovato il modo di sconfiggere il freddo del Nord Est.  

Sasha Vujacic

Eccoci qua a parlare del secondo grande campione arancione. La differenza con Smith è che Sasha si aggregò alla compagine arancione notato quasi per caso, durante una sessione di allenamenti della preseason in Austria. Sasha, allora quindicenne, viene subito annesso al settore giovanile e dimostra grinta da vendere. Non ha ancora un fisico eccezionale ma vanta caratteristiche da ottima guardia tiratrice, oltre che all’occorrenza un play freddo, impulsivo e veloce nelle realizzazioni.  Non ha neanche preso la patente (veniva ad allenamento in macchina con i compagni) che già si allena con la prima squadra fino a quando, nella stagione 2001-2002, trova il debutto e i minuti sotto la guida di Fabrizio Frates, totalizzando 15 presenze e 30 punti complessivi, che nell’anno successivo diventeranno rispettivamente 28 e 311. Nel 2003 la gestione della squadra cambia (arriva Alibegovic come allenatore e gm) e i rendimenti anche, ma sempre in meglio: ormai titolare fisso e sempre più leader, nella stagione 2003-2004 viaggia a 18 punti di media. Nel bene sarà decisivo in diverse occasioni (come la vittoria sulla sirena contro la ultima Virtus Bologna di Tanjevic), ma lo sarà anche nel male, come le forzature eccessive nel match perso in casa contro Milano. Oltre alle attenzioni delle tifose del Carnera, Sasha ottiene già dal 2003 diverse mentions nei taccuini degli osservatori nba giunti a Udine da entrambe le sponde di Los Angeles, da Boston e da Chicago. Nel giugno 2004 I Lakers se lo aggiudicano come 27° scelta del Draft NBA, e con il numero 18 è capitano della squadra della Summer League.  
Recentemente alla luce delle cronache rosa per il suo fidanzamento con la tennista Maria Sharapova, nel 2010 passa dai Lakers ai Nets e dal 2011, in seguito alle vicende del Lockout NBA , si stabilisce all’Anadolou Efes Istanbul.

Matteo Boniciolli

Triestino di nascita, friulano per un biennio. Cresce nel 1994 alla corte di Bogdan Tanjevic (già suo assistente nella Nazionale Italiana oro agli europei del 1999) dove –alla guida dei Juniores della Stefanel Trieste- arriva secondo ai campionati nazionali con due giovani Gregor Fucka e Alessandro De Pol in squadra.  Dopo una serie di esperienze nelle leghe minori, la Snaidero rappresenta per lui la prima grande occasione da Head Coach. Occasione che sfrutta ampiamente, portando la squadra in serie A1 al primo tentativo (15-15) e piazzandola in sesta posizione (16-18 quindi ai playoff) da neopromossa nella stagione 2000-2001 (Al Carnera diventa subito una macchietta per la sua irrequietudine in campo, ma fuori si distingue per la sua serietà e disponibilità verso chiunque volesse un’intervista, una foto o anche solo un cinque.  Se ne andrà  –pare- per qualche disaccordo con la dirigenza. Negli anni seguenti arriverà in finale scudetto con la Fortitudo Bologna (35 vinte e 11 perse nella stagione 2001-2002) piegandosi alla Benetton Treviso. Dal 2006 al 2008 porta Avellino (35 vinte e 33 perse)alla prima vittoria in Coppa Italia della sua storia. Nel 2009 contribuisce al rilancio della Virtus Bologna con la vittoria in Eurochallenge  e, fino al gennaio 2011, è allenatore della Lottomatica Roma, che comunque porterà alle top 16 di Eurolega.

Jerome Allen

Il Jolly, il “capotribù”, il salvatore della patria che più volte è andato e più volte è tornato. Jerome sbarca a Udine nel 2003, come leader annunciato di una squadra che ne aveva bisogno ed effettivamente si comporta da trascinatore: in sole 13 presenze viaggia a 16 di media e la squadra si qualifica ai playoff. Dopo una serie di questioni –pare di carattere economico-, se ne andrà a Napoli per due stagioni, in cui alla Snaidero era ancora rimasto un forte buco in cabina di regia. Ed è così che, memore dei bei tempi passati, nel 2006 viene richiamato a Udine,  con la stessa fama che ebbe Tonino Zorzi sulla panchina della Viola Reggio Calabria, tornando da eroe con una media di 15 e ripartendo da alla fine della stagione successiva per gli stessi motivi del 2004. Incredibile a dirsi, ancora una volta ritornerà nel 2009 dove a stagione in corso  diventerà l’uomo simbolo dell’ultimo estremo tentativo di rilancio della squadra dal baratro della Legadue: Allen diventa allenatore-giocatore (non avendo il patentino, la “carica burocratica” in panchina sarà occupata da Mario Blasone) ma, nonostante i buoni propositi gli arancioni retrocedono in Legadue. Ed è l’inizio della fine.

La fine

Più di qualcuno si ricorda la ultima partita contro Venezia al Carnera, dove già si erano sollevate questioni di tipo economico (pare che mancassero addirittura i fondi per  alcuni spostamenti della squadra) e già in molti immaginavano come sarebbe andata a finire, per colpa di più di qualcuno. Dopo la dichiarazione di Edi Snaidero di non volere (e forse anche non potere) più mandare avanti la gestione da solo, nessuno sa prendere veramente in mano la situazione: in società entra Gianpaolo Pozzo (Patron dell’Udinese Calcio) che prima crede in un ambizioso piano di polisportiva Udinese e poi non sembra essere più così convinto. Si aggiudica una fetta di azioni anche Massimo Blasoni (esponente del panorama politico-imprenditoriale della regione), che è comunque incapace di trovare sufficienti per la sopravvivenza societaria.  Per mesi si cercano acquirenti, sponsor, azionisti ma oltre a voci di corridoio sui giornali locali (il Messaggero Veneto parla di presunti interessi da parte dei vari Calligaris, Zamparini, Bernardi), nulla si concretizza e nell’Agosto 2011 la ComTec  fa solo il suo dovere, prendendo atto della rinuncia di Udine al basket professionistico.
Cala dunque il sipario su questa avventura durata poco più di dieci anni, che ha saputo vincere poco ma dalla quale sono passati diversi personaggi rilevanti nel panorama cestistico nazionale (e oltre). Per il momento ai friulani, una speranza rimane: chissà che tra trent’anni qualche nipote di Edi non ricominci tutto da capo.

 


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